DOROTHY ARZNER – Una regista negli Anni Ruggenti del Cinema

C’è un film che ha per protagonista una giovanissima Katharine Hepburn nei panni di una bravissima quanto spericolata aviatrice. È “La Falena d’Argento” uno dei suoi primi film, uno dei più belli, di quelli che rimangono impressi nella memoria perché offrono un nuovo modello di donna (e di ruoli per molti versi trasgressivi Hepburn ne interpreterà spesso nella sua splendida carriera). È un film del 1933, e a dire il vero, Cynthia, la protagonista, nel suo ruolo di donna forte e coraggiosa, una volta tanto non anticipa i tempi in cui vive: perché quelli sono gli anni in cui una donna reale, Amelia Earhart, con la sua audacia sfida tabù e rompe confini segnati, stabilendo per davvero straordinari primati come aviatrice. Amelia troverà la morte solo qualche anno più tardi, nel 1937, mentre cerca di circumnavigare la terra seguendo la rotta equatoriale, mai tentata da nessun altro perché più lunga e faticosa.

Katharine Hepburn in una scena de “La Falena d’argento”

Ciò che della Falena d’Argento in pochi sanno è che la regia è di una donna: Doroty Arzner, una delle prime registe dell’Età d’Oro del Cinema, la più grande certamente, insieme a Ida Lupino. C’è stato un tempo (e suona strano considerati i tempi successivi, compreso il nostro), proprio agli albori della storia del cinema, ormai più di un secolo fa, prolifico di donne impegnate dietro la cinepresa: dal primo lungometraggio muto, nel 1912, al 1928, anno in cui vengono alla luce i primi film sonori, quindi un tempo di circa 15 anni la presenza di registe è il doppio rispetto agli anni che vanno dal 1949 al 1979. È strabiliante. Non c’è che da trarne la conclusione che l’industria del cinema di Hollywood, consolidando la sua potenza, ha quasi del tutto estromesso le donne dalla direzione dei film. Soldi e potere non stanno mai dalla parte delle donne.

A pochissime persone il nome di Arzner susciterà qualche ricordo, eppure ha diretto film divenuti popolarissimi all’epoca e campioni d’incassi ai botteghini, come appunto “La Falena d’Argento”. Arzner è considerata la regista delle donne ed ha lavorato con molte altre famosissime attrici, con Joan Crawford in “La sposa vestiva di rosa”, con Rosalind Russel in “La moglie di Craig”, con Lucille Ball in “Balla, Ragazza, Balla” e molte altre dive dei tempi del muto e del sonoro. Quello dal muto al sonoro, si sa, è stato un passaggio delicatissimo, per nulla scontato: Arzner in effetti, è l’unica regista a cui il passaggio è riuscito; le è riuscito di sopravvivere al gigantesco salto, nessun altro ce l’ha fatta. Viene in mente “Cantando sotto la pioggia”, con protagonisti Jene Kelly e Debbie Reynolds. E’ un film del 1952 ma è ambientato proprio alla fine degli anni ’20, e mostra proprio le difficoltà di adattamento del cinema da una recitazione non parlata ad una parlata, quando la voce delle attrici doveva essere “tirata” fuori, e la gestualità trattenuta più che enfatizzata….con risultati spesso catastrofici ma certamente esilaranti ai nostri occhi.

Dorothy sembra entrare nel mondo del cinema quasi per caso, in realtà il mondo del cinema non le è affatto estraneo: suo padre è proprietario di un noto ristorante di Los Angeles, frequentato dalle più grandi celebrità dell’allora nascente arte cinematografica. Gli attori e i registi più importanti e famosi dell’epoca, Cecile B. DeMille, Douglas Fairbanks, Mary Pickford, Sarah Bernhardt, D.W. Griffith, Charlie Chaplin, Erich von Stroheim siedono spesso a quei tavoli. La piccola Doroty, già a tre anni, gironzola nel locale di papà, ed è solita ricevere buffetti ed attenzioni un po’ da tutti. Questi benevoli “contatti” tracciano il tempo della sua infanzia ed adolescenza, lasciandole forse una qualche silenziosa memoria interiore. Dopo la scuola superiore si iscrive a medicina, ma lo scoppio della prima guerra mondiale rivoluziona i suoi progetti: diciottenne si arruola come ausiliaria sulle ambulanze e viene mandata sul fronte francese. Quando, a guerra finita, ritorna a casa, decide di non riprendere gli studi in medicina, qualcosa è cambiato dentro di lei, ora ha voglia di indipendenza economica e di libertà. Ed ecco che, aiutata dal fratello di DeMille, nel 1919, entra come dattilografa all’ufficio sceneggiature della Paramount. In quel tempo, una devastante epidemia influenzale, la stessa che investì l’Europa intera e che è rimasta dolorosamente nella memoria col nome di “spagnola”, ha attraversato ogni angolo dell’America e tutte le industrie, compresa quella del cinema, hanno bisogno di lavoratori e lavoratrici, anche se non esperti.

Arzner si dà da fare con la battitura e la correzione delle sceneggiature, ma si mette ad imparare anche il mestiere del montatore, scoprendo di avere un gigantesco talento per questo mestiere. In un’epoca in cui non esiste la moviola, né altro macchinario simile, lei, facendo tutto a mano, abile e precisa, taglia e monta le pellicole, diventando la più brava e contesa professionista del tempo (è anche la prima ad essere accreditata come montatrice nei titoli di testa di un film); suoi almeno una cinquantina di montaggi, uno dei più straordinari resta quello delle scene della corrida in “Sangue e Arena” con Rodolfo Valentino. Di questo film gira anche alcune esemplari scene del combattimento dei tori, senza però che gliene venga riconosciuta la maternità: le succederà altre volte di essere co-regista senza vedere il suo nome inserito nei titoli. Gli anni passano, e intanto Arzner si mette anche a scrivere sue sceneggiature, molto apprezzate come tutte le cose che si mette in testa di fare. Ad un certo punto però decide di prendere una strada precisa: vuole sedersi dietro la macchina da presa. La frase di un’amica (chissà se è leggenda o realtà) sembra averle dato il “la” per intraprendere l’ennesima sfida: “Le donne non hanno abbastanza coraggio per diventare registi!”. Lei ce l’ha, e lo dimostra. Dopo anni alla Paramount, Arzner gioca duro, inizia a minacciare di andarsene altrove se non le verrà concesso di dirigere un film dall’inizio alla fine, e in Paramount lei si aspetta la direzione non certo di un B-movie! È stimata per il suo lavoro nei diversi campi, e tutti conoscono e ammirano anche le sue “anonime” regie. Pur di non perderla, Paramount accetta e alle sue condizioni: nel 1927, finalmente, dopo sette anni di lavoro come sceneggiatrice e montatrice, realizza la sua prima regia nel film “Fashions For Women”, con Esther Ralston, una delle maggiori star del muto del tempo.

Dorothy Arzner e Joan Crawford

Continuerà nel suo lavoro di regista di successo fino al 1943, quando girerà il suo ultimo film, il diciassettesimo (in tutto ne realizza 3 muti, e 14 sonori, la più prolifica della sua epoca). Arzner può scegliere le sue storie, le viene data carta bianca su tutto, e i suoi film hanno sempre al centro una donna. Un noto studioso degli anni ‘70, John Berger, scrive: Al cinema gli uomini agiscono, le donne appaiono. Gli uomini guardano le donne. Le donne si guardano essere guardate”.

Ecco. Arzner comincia, molto in anticipo sui tempi a rompere questa regola. La sua visione del mondo femminile sconcerta e lascia a bocca aperta considerando l’epoca: le sue protagoniste non sono mai di contorno agli uomini e ad uso e consumo delle “ imprese maschili”, diventano loro i “soggetti del fare”; hanno ruoli che rompono gli schemi, di donne emancipate, avventurose, forti nel carattere e nella volontà, che non stanno compresse nei ruoli tradizionali affidati loro nel cinema e che fanno scelte controcorrente. Donne che risaltano per la sensibilità e la precisione psicologica con cui vengono descritte, donne complesse in cui traspare l’amore di Arzner per questi suoi personaggi, sempre costruiti dando loro uno spessore realistico, mai astratto e puramente decorativo. I suoi film affrontano temi controversi, come l’amore extraconiugale e la prostituzione, contengono una critica alle convenzioni ed alle istituzioni che intrappolano le donne, per esempio dentro matrimoni senza amore, e diventano sollecitazioni ed inviti all’affrancamento dall’essere considerate una proprietà o un “bene” di altri, a diventare padrone del loro destino rifiutando di essere dominate dagli uomini.

Dorothy Arzner e Clara Bow

“Party selvaggio”, il suo primo film sonoro del 1929, con Clara Bow, è uno dei suoi lavori chiave, ambientato in un collegio femminile, dove le studenti amano più il divertimento che lo studio, e ne racconta le vicende e gli “eccessi”. Una delle protagoniste, Stella, si mette nei guai col suo stile di vita poco improntato alla moderazione, come suggerisce il titolo del film. Vi si descrive anche l’amicizia fra Stella e un’altra ragazza, che risulta essere in alcune parti carica di sensualità e spunti omoerotici. Secondo la lettura di alcune critiche femministe in questo film è visibile la creazione di un sottotesto “lesbico”, fatto di allusioni e simboli, teso a superare i codici morali del tempo; e ciò che non può esprimersi e formalizzarsi apertamente si descrive, per alcuni autori, attraverso una “disidentificazione” femminile, che si concretizza con l’uso da parte delle protagoniste di abiti maschili (Clara Bow nella scena centrale veste con farfallino e bretelle). È un film che probabilmente non sarebbe stato realizzato dopo gli anni dell’entrata in vigore, nel 1930, del Codice Hays, perché, nonostante la grande prudenza usata su certi temi, viola diverse restrizioni “morali” che il codice impone come condizione alla produzione cinematografica. Il film più famoso di Arzner, che è anche uno dei suoi ultimi, è un altro di quelli molto in anticipo sui tempi. Interpretato da Maureen O’Hara e Lucille Ball, “Balla, Ragazza, Balla” del 1940 mette in scena un burlesque femminile, e solo in apparenza appare una trama superficiale: è un film che presenta di nuovo compagnie e amicizie al femminile, e la solidarietà che si crea tra donne di diversa estrazione sociale. Le due bravissime interpreti formano una classica coppia alla Fred Astaire e Ginger Rogers, però in versione femminile, e sebbene finiscano per litigare sullo stesso uomo di cui si innamorano (sic), il film mostra anche la tenacia dei loro desideri e del loro legame, che le rende capaci di sostenersi da sole nelle difficoltà.

Maureen O’Hara e Lucille Ball in una scena di “Balla, Ragazza, Balla”

Arzner è unica nel rigore e nell’accuratezza con cui ricostruisce gli ambienti dei suoi film, dà loro un senso di verità ed immediatezza apprezzate sia dalla critica che dal pubblico, e sfrutta ovviamente la sua grande esperienza e sapienza di precisione, sensibilità e minuzia quando si tratta di montare i suoi film.

È lei la prima a togliere di mezzo i microfoni fissi, pesanti ed ingombranti, che intralciano il lavoro sui set: spinta da Clara Bow, che ne è terrorizzata, durante la lavorazione di” Party selvaggio” comincia ad appenderli ad un’asticella: nascono così i cosiddetti microfoni “mobili”, da lì in avanti l’innovazione tecnica verrà utilizzata da qualunque regista.

È anche la prima a cui viene riconosciuto l’onore di essere ammessa nella corporazione dei registi statunitensi fondata nel 1936.

Doroty Arzner ha avuto una lunga vita, nata nel 1897 vive fino al 1979. Non si sa perché abbia smesso di dirigere film dal 1943 in poi, quando ha solo 46 anni. Probabilmente un lento calo nel successo commerciale e critico dei suoi film e anche un importante attacco di polmonite nel 1943 la inducono a desistere dal continuare. Più tardi inizia ad insegnare tecnica cinematografica all’università californiana di Los Angeles (tra i suoi allievi anche Francis Ford Coppola) e a girare spot pubblicitari per la televisione (i tempi cambiano!), specialmente per la Pepsi Cola (è stata grande amica di Joan Crawford, testimonial per molti anni dell’importante marchio).

Joan Crawford e Marlene Dietrich

Certamente sul declino di Arzner cineasta ha influito anche il sessismo sistematico e l’omofobia che aumentano anche a Hollywood con il Codice Hays, adottato nel 1930 ma che comincia ad essere applicato concretamente nel 1934. I ruggenti e trasgressivi anni Venti sono finiti; una martellante propaganda contro l’eccessiva permissività morale, durante e dopo la seconda guerra mondiale, li demolirà completamente, con un inequivoco ritorno alla rigidità dei ruoli di genere. Arzner non è una da ritorno nei ranghi: è una donna anticonvenzionale, in tutto, una donna che si nota quando la si incontra, sul set e fuori dal set: è solita vestirsi con abiti dal taglio maschile, anche se non è l’unica a farlo nel mondo del cinema; è amica di Marlene Dietrich che ugualmente ama mostrarsi nella vita privata in giacca e cravatta e cappelli maschili (e peccato non siano riuscite a fare insieme un film contro la guerra, intitolato “Stepdaughters of War”, un progetto molto sognato ma che non si è potuto realizzare).

Arzner è apparsa spesso sui giornali di cinema e anche in quelli scandalistici: alla gente interessa sapere di una donna regista che ha più successo dei suoi colleghi maschi ed è ovviamente anche curiosa di sapere della sua vita privata. La regista delle donne sembra non nascondere le sue inclinazioni sessuali, anche se non può dichiararle apertamente, come non può apertamente parlare del “sottotesto” che caratterizza qualche suo film. Di certo si sa che ha vissuto per oltre quarant’anni con la coreografa Marion Morgan (coreografa anche di “Party selvaggio”).

Ciò che più sorprende è come Doroty Arzner non solo sia riuscita a sopravvivere dentro un mondo maschile e maschilista quale è, ed era, quello del cinema, ma come e quanto sia stata da questi colleghi registi apprezzata e stimata. Forse, e paradossalmente, è anche per questo suo anticonformismo che riesce a “farla franca”, riuscendo a superare gli innegabili ostacoli legati al suo sesso: gli abiti maschili la fanno percepire come “uno” di loro (e infatti le danno il soprannome “one of the boys” – come un regista del tempo ha affermato, nel più avvilente linguaggio, rafforzativo del pensiero sessista e misogino, che li impregnava…. insomma, di fronte all’indiscutibile ed innegabile bravura di Arzner, per mettersi in pari coi loro pregiudizi, le negano, tout-court, la sua identità di donna).

Di certo questa non era la sua ragione.

E per chiudere, le belle parole di Katharine Hepburn a lei indirizzate, che racchiudono bene il senso della sua vita: “Non è magnifico che tu abbia avuto una carriera così straordinaria, dato che non avevi neppure diritto ad averla, una carriera?” (R.M.)

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