Cristina Campo, la scrittrice assente: “ poiché tutti viviamo di stelle spente”

La neve era sospesa tra la notte e le strade
come il destino tra la mano e il fiore.

Per la maggior parte degli italiani Cristina Campo è una sconosciuta ma per chi ha avuto la fortuna d’incontrarla nei suoi scritti, la maggior parte delle volte per puro caso come me, diventa immediatamente una compagnia irrinunciabile. Cristina è sepolta a Bologna, dove è nata. E se Carducci, lungi da me il far paragoni ma solo una costatazione, ha una tomba di marmo gigantesca in un luogo curato e a lui dedicato, Cristina se ne sta tra in un angolo, dietro a una grata arrugginita e corrosa, in una zona poco frequentata e difficilmente raggiungibile. Appartata, come lei fu nella vita. Alda Merini d’altronde, e qui se vogliamo fare paragoni facciamoli pure, sta in una banalissima tomba a muro, al quarto livello in un corridoio tetro e anonimo del monumentale di Milano. Non dissimile sicuramente ai manicomi che ha frequentato. Le nostre morti rispecchiano sempre le nostre vite di donne, abbandonate e quasi sempre dimenticate.

Schiva, antimoderna, consacrata alle lettere, Campo è rimasta e rimane anche oggi nell’ombra. Ha scritto pochissima narrativa, soprattutto poesia. Eppure, nonostante la sua scarsa produzione rimane una pietra miliare del Novecento italiano. Guai mai che a scuola venga nominata. D’altronde neppure Merini la nominano. Se va fatta bene, ma bene, si legge qualcosa di Ada Negri. Anna Maria Ortese? Chi è? Come non posso quindi non adorare una donna che compila una scheda con le 80 poetesse per lei ai vertici della poesia femminile? E come posso non citarle? (vi sfido a vedere se le conoscete tutte) Saffo, Corinna, Erinna, Dame cinesi dal VII secolo a.C. al XVI d.C., Al Kanse, Dame giapponesi del periodo Hejan, Anna Comnena, Eloisa, Contessa de Die, Maria di Francia, Ildegarda di Bingen, Mechtilde di Magdeburgo, Santa Umiltà, Beata Angela da Foligno, Santa Caterina da Siena, Christine de Pizan, Isabella di Castiglia, Santa Teresa d’Avila, Alessandra Macinghi Strozzi, Veronica Gambara, Vittoria Colonna, Gaspara Stampa, Madonna Celia gentildonna romana, Veronica Franco, Louise Labé, Pernette du Guillet, Catherine des Roches, Maria Stuarda, Aphra Benn, Contessa di Winchilsea, Madame de Sévigné, Madame de la Fayette, Mariana Alcoforado monaca portoghese,Suor Juana Inéz de la Cruz, “Donne di senno e di spirito del secolo XVIII”, Mademoiselle Aissé, Julie de Lespinasse, Madame de Stael, Suzette Gontard (Diotima), Elisabetta Goethe, Bettina Brentano, Karoline von Gunderode, Annette von Droste-Hulshoff, Marceline Desbordes-Valmore, Eugénie de Guérin, Elizabetta Barrett Browning, Jane Austen, Charlotte, Emily e Anne Bronte, Mary Anne Evans (George Eliot), Christina Rossetti, Emily Dickinson, Rosalia de Castro, Gertrudis Gòmez de Avellaneda, Sofia Tolstoj, Maria Baskirceva, Anna Achmatova, Colette, Katherine Mansfield, Catherine Pozzi, Virginia Woolf, Margot Ruddock Anna Mary Phillips, Simone Weil.

Cristina Campo è stata  poetessa, scrittrice, saggista e traduttrice. Era una brillante conversatrice ma con un carattere riservato; non aveva simpatia per le passerelle, i salotti mondani, i premi letterari e gli scrittori che sfilano. Cristina Campo in verità era un nome d’arte, tra tanti altri che si scelse Vittoria Guerrini che nasce nel 1923, come Callas, e come Callas muore nel 1977. Vittoria fin da piccola soffre di una malformazione cardiaca e non frequenta perciò la scuola ma le fanno seguire studi privati: viene educata “da insegnanti geniali”, ma soprattutto si educa da sé. Giovanissima, conosce perfettamente tutti i classici: Shakespeare, Omero, Leopardi, Dante, Le mille e una notte, la Bibbia. Restando tanto da sola cresce in un clima d’isolamento e precarietà che ritroveremo nei suoi scritti. L’assenza domina la sua infanzia prima e la sua vita poi a tal punto che viene definita la “scrittrice assente”. “Che cosa non è quasi assente tranne me”. Vittoria amava scrivere sotto pseudonimo si firmava anche Puccio Quaratesi, Bernardo Trevisano, Giusto Cabianca, Benedetto P. d’Angelo. Ha sempre amato giocare con gli amici sul tema della propria identità anagrafica. In vita ha scritto davvero poco e la sua scrittura, di singolare raffinatezza, è concepita come rifiuto di tutto ciò che è superfluo e omissione di quanto è ovvio, tanto che potremmo definire Campo un’icona dell’essenzialità. Era ossessionata dall’idea di perfezione. La sua parola è simbolo. I suoi versi sono a tratti dei piccoli haiku.

Si ripiegano i bianchi abiti estivi
e tu discendi sulla meridiana
dolce Ottobre, e sui nidi.

Troviamo in Cristina l’urgenza verso una bellezza che lei ritiene trascurata, se non dimenticata, dall’umana inconsapevolezza. L’essere umano manca di attenzione. In un suo bellissimo passo degli Imperdonabili scrive:

« “Souffrir pour quelque chose c’est lui avoir accordé une attention extrème.” (S.Weil) […] E avere accordato a qualcosa un’attenzione estrema è avere accettato di soffrirla fino alla fine, e non soltanto di soffrirla ma di soffrire per essa, di porsi come uno schermo tra essa e tutto quanto può minacciarla, in noi e al di fuori di noi. E avere assunto sopra se stessi il peso di quelle oscure, incessanti minacce, che sono la condizione stessa della gioia. Qui l’attenzione raggiunge forse la sua più pura forma, il suo nome più esatto: è la responsabilità, la capacità di rispondere per qualcosa o qualcuno, che nutre in misura uguale la poesia, l’intesa fra gli esseri, l’opposizione al male. Perché veramente ogni errore umano, poetico, spirituale, non è, in essenza, se non disattenzione».

Nei suoi scritti il peso di ogni parola è perfetto, vi è una completa dedizione al tema trattato ed emerge il disprezzo per tutto ciò che è mondano. Ogni sua parola è tesa verso la perfezione, ma anche ogni sua amicizia, o amore, o pensiero. È tesa: la sua scrittura e la sua vita sono una continua ascesi, per raggiungere una forma ideale. Quando ha quasi trentanni, Vittoria si battezza definitivamente Cristina. Sente che lei stessa è fatta di parole e si trasfigura quindi in ciò che vuole essere. Scrive, legge, scrive: ogni ora del giorno e della notte è dedicato, in un qualche modo alla lotta con il testo, come Giacobbe con l’angelo. Traduce Rilke, Morike, Emily Dickinson, Williams Carlos Williams (con Vittorio Sereni), John Donne, Mörike , Hofmannsthal e Mansfield. Si alza a mezzogiorno e lavora fino all’alba. Soffre d’insonnia.

«Esco da un’ennesima notte oscura: febbre, mal di capo fin quasi alla cecità e una tosse che pare scavare il cuore». Legge e fa leggere, traduce, scrive. Il suo corpo spesso non regge la sua indomita volontà, quasi tirannica: Cristina è un essere al tempo stesso fragile e ferreo. È severa con gli altri come con se stessa. e le sue relazioni, d’amore e d’amicizia, saranno sempre tempestose. Abitò a Bologna per molti anni, poi a Firenze e a Roma. Visse di letteratura, circondata dai gatti e quando morì molte delle sue carte purtroppo per noi, non sicuramente per lei, andarono disperse. Scrisse poco di proprio, ma in realtà scrisse moltissimo se si contano i saggi e le traduzioni (che è difficile recuperare perché mai raccolti in volumi). Si spese sempre ai margini del testo. Un modo di essere scrittrice profondamente coerente con il suo essere donna e la sua vita.

Le sue raffinate pagine la rendevano estranea ad una società incapace di leggerla che la tagliava fuori dalla scena editoriale nonostante la sua fosse probabilmente la prosa più perfetta del Novecento. Cristina fu una grandissima letterata. Frequentava scrittori e poeti come Giorgio Bassani, Maria Luisa Spaziani, Ignazio Silone, Pietro Citati, Guido Ceronetti, Elsa Morante, Ezra Pound, Djuna Barnes ma aveva anche molti amici filosofi come la grandissima Maria Zambrano o Danilo Dolci, amico che sostenne nei momenti difficili, ed Ernst Bernhard che le fece conoscere il pensiero di Jung.

Non si può scindere la sua vita dalle parole. È davvero difficile sintetizzarne l’opera e la personalità. Cristina resta, come probabilmente desiderava, un grande insondabile mistero. Non si sposò ma ebbe amicizie innocenti e un rapporto privilegiato con l’intellettuale Elémire Zolla, filosofo che lei salvò dalla tisi e col quale visse durante gli anni romani. Quando Cristina morì Zolla ne fu devastato: nonostante un documento in cui i due si lasciavano i reciproci scritti, la Campo cambiò idea e decise che i parenti disperdessero le sue lettere e carte anche se al padre aveva scritto: “Ho tante tante cose da dire! Quasi direi da salvare: tutta la tragica bellezza di ciò che è passato in noi e vicino a noi – cose che io sola sento di aver visto e sentito fino alla sofferenza e che assolutamente non devono morire.” Zolla rimasto solo ritornò a vivere nella Pensione Sant’Anselmo con pochi libri, pochi mobili e i tre gatti.

Campo ha scritto, tradotto, introdotto, prefato, spiegato: ha suggerito la pubblicazione di vari autori a riviste e case editrici, sostenuto nuove idee, promosso autori sconosciuti. E fu sicuramente fondamentale il suo sforzo per portare l’opera di Simone Weil in Italia. Donna contrastante che cercava la solitudine e temeva le cattive compagnie. Era di famiglia aristocratica ma per tutta la vita aiutò concretamente moltissime persone: diseredati, barboni, profughi. Li portava a casa, donava vestiti e soldi, si privava dei suoi guadagni di un anno per pagare il viaggio in patria di una giovane profuga slava. Odiava più di tutto la mediocrità, il reale borghese “uccisore di cigni”, il consumismo, la massa.

Fu estranea come più non poteva esserlo a quella che si chiamava allora letteratura impegnata, eppure la più alta partecipe e testimone di quel tempo, nel grado e nel senso. Amerà sempre i perdenti, che siano dalla parte del torto o della ragione a lei non importava, perché loro erano comunque gli ultimi. Non era capace di compromessi, nella vita e nella scrittura era la stessa persona. Fu per questo che Cristina non si inserì mai nella società letteraria italiana: scriveva di altro, in altro modo, andando da un’altra parte. La preziosità, la rarefatta eleganza con cui cercava di mettere in luce le “radici umane” fecero di lei un’Imperdonabile, come il titolo di una sua bellissima raccolta pubblicata da Adelphi.

La poesia per fortuna ha ben appreso l’arte della resilienza e trova sempre nuovi, inaspettati modi di sopravvivere. E possibilità. Era aristocraticamente isolata e intransigente quasi fino all’antipatia, ma fu soprattutto molto triste, lei che inseguiva la felicità come un cervo nel bosco. “Io sono come un cervo sempre in fuga nella foresta. Quando arriva a uno stagno dove potrebbe specchiarsi, ha tanta sete che subito lo intorbida.” La guerra la lacerò e anche lasciare Firenze, città che amava profondamente, lei che non smetteva di piangere quando il 4 agosto 1944 seppe che i tedeschi avevano distrutto il Ponte della Trinità, uno dei più bei ponti di tutta Italia e fra i più eleganti d’Europa, costruito nel 1557 su disegno di Michelangelo. La nostalgia s’ingigantì sempre più fino a torturarla. «La nostalgia mi ruba i colori della vita» scrive in una lettera a Maria Zambrano. Sola, visse una vita sempre più solitaria, senza smettere mai, fino alla fine, di scrivere tante bellissime lettere ad amici. “Ho una specie di certezza interiore –scriveva Simone Weil un mese prima di morire – che vi sia in me un deposito d’oro che è da trasmettere”.

Quello di Cristina deve ancora essere scoperto.

Fonti:
Cristina Campo, Gli imperdonabili, Adelphi, Milano, 1987.
La perfezione di Cristina Campo di Anrdea Zanni – il Tascabile
Federica Marchetti – Cristina Campo – Il Foglio Letterario / 20 febbraio 2018 / Letteratura italiana dimenticata
Cristina Campo, Il culto della parola antica di Manuela Maddamma
La Tigre Assenza, a cura di Margherita Pieracci Harwell Adelphi, Milano, 1991.
www.CristinaCampo.it – sito fondato da Arturo Donati

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