Umm Kulthum, la donna che sussurrava ai Re dell’Egitto

Quando iniziò a cantare era una bambina. E iniziò a cantare vestita da maschio. Suo padre era il capo della moschea del villaggio mentre sua madre restava a casa ad allevare lei e i suoi due fratelli.

Umm Kulthum iniziò il giorno in cui, accompagnando il padre che per arrotondare andava in giro suonando con i suoi figli e cantando alle cerimonie nuziali (mawalid) e a svariate funzioni religiose, dovette sostituire il fratello che si era ammalato. Dato che le ragazze non potevano recitare pubblicamente e cantare versi del Corano, le misero un turbante per coprire i capelli lunghi e neri e la vestirono da maschio addobbandola in un Jelabiya .

Ebbe immediatamente un grande successo. Aveva una voce bellissima e tutti s’incantavano ad ascoltarla. Lo so, sembra l’inizio di una fiaba, ma è la verità. All’età di sei o sette anni, Umm già si esibiva nelle case di ricchi leader locali. La gente era sbalordita dal potere della sua voce, essendo così giovane. Una volta guadagnò come mancia una somma equivalente alla metà dello stipendio di suo padre alla moschea. Questi ovviamente non se la sentì di farla smettere, in quanto avrebbe nociuto agli affari. Così questo grandissimo talento continuò. Non passò molto tempo prima che la sua fama si diffondesse a livello locale. Visitò l’intero Delta del Nilo esibendosi in giro per l’Egitto a compleanni, cerimonie private e feste pubbliche. Un giorno di quattro anni dopo, venne notata da un famoso cantante, Abu El Ala Mohamed, e da un famoso liutista, Zakaria Ahmed, che le chiesero d’accompagnarli al Cairo. Il padre attese di rispondere al loro invito ma alla fine cedette e si trasferirono in città.

Umm continuò comunque a cantare sotto mentite spoglie fino all’età di 23 anni, abbigliata da ragazzo in numerosi piccoli teatri, evitando accuratamente la vita mondana. Umm Kulthum e la sua famiglia si trasferirono al Cairo alla fine degli anni ’20 e la ragazza iniziò a studiare per intraprendere una carriera professionale. Umm prese lezioni di musica, quasi sempre con insegnanti privati, perché le donne all’epoca non erano ammesse all’Oriental Music Club del Cairo. Una volta in città iniziò a tenere spettacoli per il pubblico moderno e ricco del Cairo. Con il suo background rurale e l’approccio tradizionale alla musica, veniva chiamata “il beduino”, poiché il suo abbigliamento rifletteva le origini contadine del suo paese. Indossava sempre abiti da uomo tradizionali: una tunica sciolta alla caviglia e una lunga sciarpa in testa con una corda legata intorno alla fronte. Studiando impara le canzoni dawr, profane, e canta poesie di Hafez, Abu Nawas, El Mutanabbe, Rubayyat di Omar Khayyam. La sua voce emetteva 14.000 vibrazioni (frequenza) quando una voce normale ne raggiunge circa 4.000.

Al Cairo fa due incontri fondamentali. Uno con Mohamed El Kasabji, un virtuoso del liuto che la presenta all’Arabian Theatre Palace, dove avrà il suo primo grande successo. E conosce Rami, poeta colto e raffinato, che s’innamora di lei sin dal primo momento. Rami la introduce alla letteratura francese che aveva appreso alla Sorbona, e compone per lei 137 canzoni, decine delle quali d’amore, ispirate soprattutto alla frustrazione generata dal suo desiderio non corrisposto. Il poeta non ebbe mai il coraggio di dichiarare a Umm il suo amore, anche perché sapeva bene – era un “segreto di pulcinella” – quali fossero le preferenze sessuali della cantante. Umm Kulthum infatti era una donna molto orgogliosa, indipendente, descritta in modo quasi feroce nel proteggersi dalle ingerenze altrui nella sua vita, un fatto all’epoca inusuale per una donna e non solo nel mondo arabo.

Aveva carattere, eccome. Viene descritta “una cantante con il virtuosismo di Joan Sutherland o Ella Fitzgerald, il personaggio pubblico di Eleanor Roosevelt e il pubblico di Elvis”. Il libro Ti ho amata per la tua voce, di Selim Nassib, tradotto e pubblicato in Italia da e/o edizioni racconta la sua incredibile storia: una vita che attraversa tutto un secolo di enormi cambiamenti. La ricostruzione di Nassib è quanto mai attendibile e apre degli squarci interessanti su quel privato che la grande cantante cercò di occultare ai media per proteggere la sua immagine pubblica.

La carriera di Umm ha una svolta nel 1926, anno in cui firma un contratto con la Gramophone Records, che le pagherà uno stipendio annuale e i diritti d’autore per ogni disco venduto. La conquista della sicurezza economica la rende finalmente una donna indipendente e sicura. È da questo momento che inizia a definirsi “performer”. Non indossa più abiti da uomo ma sfoggia invece bellissimi abiti cuciti in sartorie di alta moda. Nel 1922 Umm riesce a entrare a corte dei re Fuad e Farouk. Sarà poi coinvolta politicamente da Nasser, il quale, conquistato il potere nel 1952, diventerà a sua volta Re. Nasser comprese subito il forte ascendente di Umm sul popolo. Si racconta che 120 milioni di persone la sera ascoltassero attenti la sua voce profonda alla radio. Lei sapeva intrattenere un rapporto col pubblico fortemente teatrale, grondante di pathos. Chi l’ascoltava restava letteralmente ipnotizzato: in teatro la folla si scatenava per un semplice cenno del capo o delle spalle o, più di ogni altra cosa, per i vocalismi e le sue improvvisazioni. Si racconta che una volta cantò un verso sviluppando la melodia in ben 52 maniere differenti. Era eccezionale. Riusciva a dar vita a quello che nella cultura araba viene chiamato “il tarab”, un momento d’ intensa spinta emozionale, quasi estatica: un abbandono collettivo, spirituale e fisico, che coinvolge nello stesso momento il cantante e chi ascolta.

Umm, da parte sua, felice per il fatto che gli ufficiali che capeggiarono la rivolta erano di origine contadina come lei, fu entusiasta di appoggiare Nasser. Condivise le ambizioni di Re Nasser, affiancandolo nei momenti più esaltanti, come la nazionalizzazione del canale di Suez nel 1956, ma anche nelle scelte difficili, come l’effimera e deleteria unione con la Siria nella Repubblica Araba Unita o la nefasta “guerra dei sei giorni” contro Israele. Dopo questa ignominiosa disfatta, che annientò e divise il mondo arabo, la sinistra giustificò la débacle incolpando lei: “Come può un popolo prepararsi alla guerra se resta fino alle quattro di notte ad ascoltare una cantante alla radio?“. Ma, per tutta risposta, Umm continuò ad ammaliare, e non più solo l’Egitto, ma l’intero universo arabo, dal Marocco al Qatar: intraprese una tournée di concerti, inneggiando alla grandezza dell’ideale arabo e al suo sviluppo industriale e invitando le donne a donare i propri gioielli per la causa. Negli anni ’30 Umm Kulthum lasciò il segno anche al cinema. Produsse e recitò in numerosi film e, nonostante la sua inesperienza come attrice, le fu data molta autorità sulle decisioni creative, cosa incredibile se si pensa che erano gli anni ‘30, in Egitto, e Umm era una donna!

Dopo la scomparsa di Nasser, Umm incarnò più che mai il simbolo della nazione. Si sposò a cinquant’anni (sebbene molti, tra cui lo stesso Nassib, sono propensi a credere che lo fece per salvare le apparenze) con uno stimato medico che rispettò la sua esistenza di donna insolitamente libera e fuori dagli schemi. Quando si sposò fu molto chiara e fece includere una clausola che le avrebbe permesso di divorziare. Doveva questo suo margine di libertà alla fama, enorme, che si era pian piano conquistata prima in Egitto e poi in tutto il mondo arabo.

Nella vita di Umm Kulthum c’è una verità taciuta, quel segreto che tutti conoscono, ma di cui in pochi parlano e che l’autore di “Ti ho amata per la tua voce” ha avuto il coraggio di accennare con grande grazia e molto rispetto. Umm era lesbica ed ebbe diverse storie clandestine con donne di cui pochissimi erano a conoscenza e di cui Nassib accenna nel libro raccontando del fatale momento in cui Rami sbirciò nella sua stanza, e fu questo quello che vide: : “Andai fino alla sua camera. Sentii dei sussurri, dei rumori di stoffa. Spinsi la porta. Erano a letto. Riconobbi la ragazza, una presentatrice della radio che l’aveva intervistata ad Alessandria. Il materasso era per terra. Era lì. Quel luogo dove nulla ferisce, il ventre dove attingeva la sua forza ambigua. Due donne distese sotto la ruvida coperta, nell’immobilità animale“.

Rami restò amico di Umm tutta la vita. E suo consigliere. La convinse a cantare anche altri versi, come quelli tratti dalle Quartine di Omar Khayyam. Gli audaci e sensualissimi testi del grande poeta persiano del V secolo ben si adattavano in effetti all’ambiguità della cantante; un’ambiguità che, del resto, aveva la sua parte nell’eccezionale carisma della donna: forte, testarda ed indipendente quando non tirannica e vendicativa. Già da giovane, Umm si comportava in maniera trasgressiva, contravvenendo al ruolo assegnato alle donne, optando per i comportamenti riservati solo ai maschi, come la scelta di frequentare le scuole sul Corano o di cantare. “Sono molto più a mio agio con le ragazze. Con i ragazzi o gli uomini, non so, credo che se non fossero esistiti, sarei stata perfettamente felice...” oppure “sai quanta poca stima ho degli uomini. Senza di loro, il mondo sarebbe più calmo, più casto, più fedele“.

Umm, che in tutta la sua carriera si guadagnò il titolo “la voce dell’Egitto”, nel 1967 canta a Parigi, su invito di De Gaulle, ma poi si ammala di nefrite. Gli esami dicono che la sua malattia è gravissima e decide di traferirsi negli Stati Uniti, dove le cure mediche sono più avanzate. Il 3 febbraio 1975 muore in ospedale per insufficienza cardiaca. Un fiume di gente si riversa nelle strade tra canti, lacrime e preghiere. C’erano oltre quattro milioni di persone, più che per Re , Gamal Abdel Nasser, leader della rivoluzione egiziana.

La nazione trattenne il respiro al passaggio di un simbolo.

FONTI:
Selim Nassib, Ti ho amata per la tua voce, edizioni e/o, 1997
Star of the East” — The Life of Umm Kulthum Danielson
http://albustanseeds.org/digital/kulthum/her-life/
Umm Kulthum, Stella dell’Oriente | Centro Studi e Ricerche di Orientalistica
V. (1997) The Voice of Egypt: Umm Kulthum Arabic Song, and Egyptian Society in the Twentieth Century. Chicago: Chicago University Press.

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