Femminicidio. Marianna e tutte le altre

Femminicidio. Marianna e tutte le altre

Femminicidio. Marianna e tutte le altre

In questi tempi di lockdown aumentano le violenze in famiglia. Tensione alle stelle nella convivenza, mariti e compagni come leoni in gabbia, estrema difficoltà ad avvertire qualcuno all’esterno. Ma poi siamo sicure che, anche avvertendo, succeda il miracolo? Per Marianna, e molte altre, no.

Marianna era una giovane donna siciliana, bel sorriso, capelli neri, sguardo dolce. Tre figli piccoli, tutti maschi, e un buon lavoro con cui manteneva la famiglia. Sì perché il marito, di cui non vale nemmeno la pena dire il nome, era uno sfaccendato, buono solo a minacciare e terrorizzarla prima e dopo la separazione coniugale. Ben dodici volte, ripeto, dodici volte, Marianna si rivolse alla Procura di Caltagirone sporgendo denuncia per essere protetta. E per dodici volte fu ignorata, finché l’ex la uccise a coltellate il 3 ottobre del 2007. Cronaca di una morte annunciata, anzi lasciata accadere nella totale indifferenza. Ma ancor più allucinante è il seguito della vicenda, comparso ultimamente sui giornali. Col padre in galera e privato della patria potestà, i tre bambini di Marianna, dai cinque anni in giù, furono accolti e poi adottati da un cugino di lei e da allora vivono a Senigallia. I coniugi Calì si ritrovarono con cinque figli dai due che avevano e, a nome degli orfani, chiesero ed ottennero in primo grado un risarcimento dallo Stato per la colpevole ignavia. Col denaro acquistarono un bed and breakfast che garantisce un futuro a quelli che ormai sono ragazzi. Ma cosa fece lo Stato, con una solerzia degna di miglior causa? Presentò ricorso in appello per riavere indietro i duecentocinquantamila euro erogati! E vinse la causa presso il tribunale di Messina con una motivazione che si stenta a credere: comunque il marito era determinato ad ammazzarla e quindi anche se si fosse fatto qualcosa non sarebbe servito! È come se, per restare nell’attualità, qualcuno si beccasse il Covid e i medici dicessero: “Magari poi lei muore, cosa la curiamo a fare?”. Poco più di due mesi fa si è avuta la sentenza della Corte di Cassazione che, per fortuna, è stata favorevole ai figli e alla famiglia adottiva. Ma quanta fatica, tempo, preoccupazione per ottenere qualcosa di assolutamente dovuto!

La storia di Marianna è emblematica: a uccidere è un balordo violento, ma il contesto ambientale non lo ostacola di certo. Quando parliamo di femminicidio (o anche femmicidio, femicidio, non stiamo a sottilizzare, è spesso una questione di traduzioni) di cosa parliamo? Molte donne vengono ammazzate per i più svariati motivi: rapine, questioni politiche, guerre. Ma col termine femminicidio si indica l’omicidio di una donna in quanto donna, da parte di un uomo, per odio, disprezzo, piacere sadico o senso di possesso. La violenza di genere, che per lo più è una violenza in famiglia, lo stalking, le molestie morali, sono espressioni simili, anche se meno sanguinose, della aggressione misogina maschile dettata da motivi psicologici individuali ma quasi sempre sostenuti da una forma mentis sociale acquiescente.

A lavorare su questi concetti sono state per prime, negli anni ’90, le studiose femministe americane Jane Caputi e Diana Russell. Qualche tempo dopo, l’antropologa messicana Marcela Lagarde ha descritto il terribile caso delle donne rapite, stuprate, uccise e ‘buttate via’ a Ciudad Juarez, al confine con gli Stati Uniti. Si tratta di circa 4.500 ragazze, tutte con la stessa tipologia fisica, provenienti da famiglie povere. In grande maggioranza lavoravano e venivano sfruttate nelle industrie americane della zona. Per quali motivi e da chi siano state uccise non è ancora chiaro. Serial killer provenienti dagli Stati Uniti? Bestiale ubriacatura di violenza delle bande dei cartelli della droga? Realizzazione di snuff movies o tratta? È certo invece che le autorità preposte si disinteressarono completamente o furono addirittura complici. A chi importava di ragazze povere, sconosciute, indifese? La Lagarde parlò a questo proposito di violenza istituzionale: quella che non compie direttamente il femminicidio, ma trascura e non si impegna per la vita e la sicurezza delle donne. Ora, non è che noi in Italia siamo agli stessi livelli, per carità, e speriamo di non arrivarci mai. Però la mentalità maschilista e l’inerzia quando si tratta della nostra pelle, salvo poi il risveglio quando si tratta di recuperare i soldi dello Stato, sono pericolosissime.

Ciudad Juarez

Prima di concludere, un cenno agli uomini. Secondo alcune statistiche, l’80% dei maschi adulti non è violento, per fortuna, il 12% è violento ogni tanto e l’8% è violento sempre. Questo 20% proviene da tutte le classi sociali, frequentemente è incensurato e stimato come brava persona. Dal punto di vista psicologico potrebbe essere inquadrato nei ‘disturbi di personalità’, in particolare borderline (impulsivo, irrazionale, spesso tossicodipendente), antisociale (criminale, amorale, incapace di compassione ed empatia) e narcisistico (io sono bello, bravo e buono, tu sei una merda). Anche il disturbo paranoide (i vicini di casa tramano contro di me e mia moglie è complice), la gelosia patologica (mia moglie mi tradisce in continuazione con tutti, anche se abbiamo novant’anni…) e l’alcolismo sono implicati. Il denominatore comune di questi personaggi? La colpa è sempre degli altri…anzi dell’altra. E se anche la mentalità generale è quella che è, si sentono sicurissimi del fatto loro. Vediamo le motivazioni al crimine.

Impulsiva intenzionale (“È un’insopportabile stronza!” oppure “Mi ha tradito di nuovo!” oppure “Questa camicia non è ben stirata” quindi… “Me ne devo liberare ad ogni costo…prendo un coltello, una pistola, un cuscino…l’aggredisco…muore”).

Impulsiva preterintenzionale (“È un’insopportabile stronza!” oppure “Mi ha tradito di nuovo!” oppure “Questa camicia non è ben stirata” quindi… “Non ne posso più…le tiro un cazzotto…oddio cade, batte la testa…muore”).

Impulsiva di gruppo (“Stasera ci divertiamo…rimorchiamo una ragazza e la violentiamo a turno, poi la buttiamo giù dalla macchina e… muore”).

Di vendetta possessivo/narcisistica (“Lei è mia e di nessun altro! Sia ben chiaro! Come si permette di denunciarmi o lasciarmi? Questa umiliazione, questa perdita della faccia è insopportabile. Ora gliela faccio pagare!”).

Depressiva: (“Senza di lei non posso vivere…Perché mi vuole abbandonare? Cosa le ho fatto di male? Vabbè…qualche volta l’ho tradita…qualche volta l’ho acchiappata e sbattuta sul letto…qualche volta l’ho menata…ma per amore. No, lei non deve vivere senza di me… e io non posso vivere senza di lei!” classico ragionamento dell’omicida-suicida).

Amorale (“Non mi serve più, ho un’altra più giovane e più bella, l’ammazzo e così sono libero e riscuoto pure l’assicurazione”).

Secondo Leonor Walker la violenza di genere nella famiglia e nella coppia può manifestarsi come un circolo vizioso con quattro fasi: 1. l’uomo accumula tensione per fatti suoi e diventa sempre più irritabile; 2. aggredisce: picchia, violenta, demolisce verbalmente (o tutte e tre le cose insieme); 3. poi si pente, si dispera e chiede scusa; 4. segue un periodo di calma.

Dopodiché si ricomincia da capo, salvo che la moglie, fidanzata, compagna è sempre più stremata. Una delle idee irritanti di alcuni approcci relazionali di moda fino a qualche tempo fa è che la donna sia sempre coinvolta in un meccanismo, in un gioco psicologico di coppia, per cui… la responsabilità è anche sua. Certo, a volte capita, ma di rado, quando lei ha un problema di dipendenza affettiva. Nel 2000 la psicoanalista francese Marie-France Hirigoyen mise in chiaro che, comunque, c’è chi perseguita e chi subisce. Anzitutto la donna è frastornata dal meccanismo perverso e, sempre accusata, tende a sentirsi in colpa. Poi se hai dei figli, se non hai indipendenza economica, se non sai dove andare, se sporgi denuncia e nessuno ti considera…che puoi fare? A volte infine noi, che siamo sempre un po’ troppo, anzi decisamente troppo tenere e accondiscendenti, ci facciamo convincere dal marito/compagno in fase 3: “Scusa, non lasciarmi, non lo farò più, mi dispiace, perdonami, pensa al nostro amore, ai figli, alla bisnonna che ci tiene tanto, ai vicini cosa penserebbero e il cane, che è così affezionato a tutti e due!”.

In memoria di Marianna e di tutte le altre. (M.P.)

Riferimenti

Film I nostri figli di Andrea Porporati

Caputi, J., Russell, D. (1992). Femicide: Sexist Terrorism against Women. in Radford, J. and Russell, D. (eds.) Femicide: Politics of Woman Killing http://www.dianarussell.com/f/femicde%28small%29.pdf.
Cretella, C. (2012) Femicidio/Femminicidio in http://www.fondazionefabretti.it/wp-content/uploads/Femicidio-feminicidio-un-nome-e-una-voce-alla-violenza-contro-le-donne-Cretella.pdf
Focà, F. (2016). La violenza di genere in http://www.criminologia-aspetti.it/la-violenza-di-genere/.
Gonzàlez Rodrìguez, S. (2006), Ossa nel Deserto, Adelphi
Lagarde, M. (2006), Senado de la Republica Mexicana Comisión especial para conocer y dar seguimiento a las investigaciones relacionadas con los feminicidios en la República Mexicana y a la procuración de justicia vinculada. Por la vida y la libertad de las mujeres  https://www.senado.gob.mx/64/gaceta_comision_permanente/documento/8885

Hirigoyen M.F. (2000), Molestie morali, Einaudi

La Psicologia del Femminicidio in: http://www.stateofmind.it/2012/05/femminicidio-psicologia/
Violenza-domestica in https://www.stateofmind.it/2015/12/violenza-domestica-meccanismi-mantenimento/

https://www.springerpub.com/w/psychology/talking-with-dr-lenore-walker-part-1/2/3/4

https://femicidiocasadonne.files.wordpress.com/2013/04/femicidio-corredo-culturale1.pdf
https://www.casadonne.it/pubblicazioni-risorseonline/pubblicazioni-a-cura-della-casa-delle-donne-per-non-subire-violenza/

www.menstoppingviolence.org
www.centrouominimaltrattanti.org
Spinelli, B. (2008). Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale, Franco Angeli, 2008.

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