“Un tempo ero bella. Ora sono me stessa”: Anne Sexton dentro un mondo di convenzioni.

Ma è solo questo? E’ tutto qui? Questa è la domanda nascosta e dissimulata che nasce dalle donne americane alla metà del ‘900 e che forse ancora oggi non ha le sue risposte.

Ed è a questa domanda inespressa, che Anne Sexton cerca inconsapevolmente di dare voce, con la sua stessa vita e con la sua dissacrante opera poetica. Dal suo disagio interiore sgorga una scrittura nuova, graffiante e dolente che interpreta prepotentemente quel vissuto che le donne non hanno saputo esprimere. Voce amatissima di quei Confessional Poetry che la accolsero e di cui divenne testimonianza assoluta insieme a Robert Lowell e Sylvia Plath.

Anne Gray Harvey, nasce il 9 novembre 1928 a Newton, vicino Boston, figlia di Ralph e Mary. L’ambiente è quello altoborghese benestante, bigotto e conformista del New England. Padre imprenditore di successo nel campo della lana, alcolista e violento; la madre, discendente di politici ed intellettuali illustri si definiva ”bevitrice sociale” algida e assente. Il suo unico riferimento affettivo fu Nana, la giovane prozia che viveva con loro da cui fu costretta a separarsi a causa del disagio psichico di quest’ultima che la costrinse al ricovero in un ospedale psichiatrico.

La scuola non la interessava, era incapace di concentrarsi e poco disciplinata fino a far richiedere ai suoi insegnanti un consulto medico che i genitori non le concessero. Dopo la high school venne iscritta alla Garland School, scuola professionale adatta a formare mogli e madri perfette. Ma Anne se ne allontanò, nel 1947, fuggendo a 19 anni con Alfred Muller Sexton (detto Kajo) che sposò a breve. Nacque la prima figlia Linda nel 1953 dopo il ritorno del marito dalla Corea. Anne si impegnò in una vita “convenzionale” ma alla nascita della seconda figlia Joyce nel 1955, ebbero inizio le crisi depressive, gli attacchi di panico fino al primo tentativo di suicidio con un’overdose di sonniferi due giorni prima del suo ventottesimo compleanno.
La sua poesia è embricata alla sua stessa vita; fu infatti il suo psicoanalista, durante questo periodo, ad indicarle la scrittura come parte del suo percorso terapeutico.

TU, DOTTOR MARTIN
Tu, Dottor Martin, passi
dalla colazione alla follia. Fine agosto,
mi muovo rapida nell’asettico tunnel
dove i morti che camminano ancora parlano
di spingere le ossa contro l’urto
della cura. E io sono regina di questo albergo estivo
o ape ridente su uno stelo
di morte.
……
Certo che ti amo;
ti elevi al di sopra del cielo di plastica,
dio di questo reparto, principe di tutte le volpi.
Tutte le teste rotte
vengono fasciate. Il tuo terzo occhio
ci sorveglia e illumina le scatole divise
dove dormiamo o piangiamo.
……
Tuo lavoro è la gente,
visiti il manicomio, sguardo
oracolare nel nostro nido. Fuori nell’ atrio
il citofono ti chiama. Ti dibatti circondato
da fanciulle volpine che precipitano
come fiotti di vita nel ghiaccio.
Siamo magia che parla da sola,
chiassosa e abbandonata. Sono regina dei miei peccati
dimenticati. Ancora smarrita?
Un tempo ero bella. Ora sono me stessa,
……

Il Dr. Martin Orne ricevette i suoi primi scritti come una richiesta di approvazione, un dono di transfert durante la terapia.

“Fino a ventotto anni – disse di sé stessa – avevo una specie di Sé sepolto che non sapeva di potersi occupare di qualunque cosa, ma che passava il tempo a rimestare besciamella e badare alle bambine. Non sapevo di avere nessuna profondità creativa. Ero una vittima del Sogno Americano, il sogno borghese della classe media. Tutto quello che volevo era un pezzettino di vita, essere sposata, avere dei bambini. Pensavo che gli incubi, le visioni, i demoni, sarebbero scomparsi se io vi avessi messo abbastanza amore nello scacciarli. Mi stavo dannando l’anima nel condurre una vita convenzionale, perché era quello per il quale ero stata educata, ed era quello che mio marito si aspettava da me … Questa vita di facciata andò in pezzi quando a ventotto anni ebbi un crollo psichico e tentai di uccidermi”.

Il Dr. Orne la seguirà per gli otto anni successivi in cui si alterneranno crolli psicotici ed intossicazioni da Nembutal. Nonostante tutto la Sexton definirà questo momento “una specie di rinascita” ed alcuni anni dopo riconoscerà lei stessa il legame tra poesia ed inconscio

”molto spesso la poesia è più avanzata, per quanto riguarda il mio inconscio, di quanto sia io stessa. Dopotutto la poesia munge l’inconscio come fosse latte. L’inconscio è lì per nutrire la poesia con piccole immagini, piccoli simboli, risposte, intuizioni che neppure io conosco

Nel 1957 partecipò al laboratorio di scrittura di John Holmes “Boston Centre for Adult Education” dal quale ne uscì, per contrasto, confermando e affermando il suo mondo poetico controcorrente. Venne a contatto con scrittori come Maxine Kumin, Robert Lowell, George Starbuck e Sylvia Plath (di cui diventerà amica e confidente). La sua poesia, diventò così una parte centrale della sua vita. Nel 1960 pubblicò la sua prima raccolta di poesie “To Bedlam and Part Way Back” in cui echeggiano i temi della malattia mentale e dell’ospedale psichiatrico e le esperienze familiari dell’infanzia e dove è contenuto il lungo poema “La doppia immagine” vero e proprio manifesto poetico.

La morte fu più semplice di quanto credessi.
Il giorno in cui la vita ti rese viva e vegeta
Lasciai che le streghe portassero via la mia anima colpevole.
Finsi di essere morta
Finchè uomini bianchi mi ripulirono dal veleno,
lasciandomi inerme e pulita alla trafila
di scatole parlanti e letti elettrici.

Nella sua seconda raccolta del 1962 “Tutti i miei cari” compare per la prima volta il verso libero più comune ai poeti americani contemporanei il cui contenuto è l’analisi poetica delle proprie relazioni familiari. Ma vi si legge anche il dramma contemporaneo di una condizione femminile oppressa e sofferente.

CASALINGA
Certe donne sposano case.
E’ un altro tipo di pelle; ha un cuore,
una bocca, un fegato e movimenti intestinali.
Le pareti sono stabili e rosa
Guarda come sta in ginocchio tutto il giorno,
a lavarsi fedelmente.
Gli uomini entrano con la forza, risucchiati come Giona
Nelle loro madri carnose.
La donna è madre di se stessa.
E’ questo che conta.

Le due raccolte poetiche ne sanciranno il successo, come poetessa e come performer; nonostante il solo diploma superiore venne chiamata ad insegnare Scrittura creativa in importanti università, a fare letture pubbliche profumatamente pagate, da sola o accompagnata dal suo gruppo musicale.

Con la raccolta del 1966 “Vivi o muori” viene insignita del Premio Pulitzer. Non solo la sua poesia era tecnicamente eccellente ma dava voce a tutte le paure e le angosce di quegli anni, riflesso della sua stessa esistenza. Nelle pagine di “Vivi o Muori” siamo posti costantemente di fronte alla sofferenza esistenziale e alla costante presenza della morte e al dato autobiografico di “Voler morire”

“… I suicidi l’hanno già tradito, il corpo.
Nati morti non sempre muoiono,
ma abbagliati, non scordano una droga così dolce
che farebbe sorridere un bambino …”

La sua avventura poetica prosegue con la pubblicazione di “Poesie d’amore” (1969) dove il vero protagonista sembra essere il corpo femminile esplorato con sensualità e trasgressione, facendo emergere le tematiche della rivoluzione sessuale che in quegli anni si stava diffondendo nella classe media americana.

IL BACIO
La mia bocca fiorisce come un taglio

Fino ad oggi il mio corpo era inutile
Ora si strappa da ogni parte.
Strappa via gli indumenti della vecchia Mary, nodo dopo nodo
Ecco: ora è colpito in pieno da questi fulmini elettrici.
Zac! Una resurrezione!

In “Trasformazioni del 1971 recupera la tradizione fiabesca dei fratelli Grimm che riallaccia alla propria poetica personale con i temi del rapporto padre-figlia, madre-figlia, pulsioni sessuali, follia, corporeità, infanzia.

Nel 1973 Anne chiede il divorzio dal marito Kajo, andando a vivere sola per il contrasto anche con le figlie e ciò segna, con il declino fisico e mentale il percorso verso la scelta estrema.

Dopo “Trasformazioni verranno pubblicati “Il libro della follia”, (1972) “I taccuini della morte” (1974) e “Tremendo remare verso Dio” (1975) e il dramma teatrale “Mercy Street” (questi ultimi due pubblicati postumi) che forse testimoniano, nella volontà vorace di pubblicare, l’ultimo tentativo di salvarsi. La critica non fu clemente con queste ultime raccolte considerandole meno riuscite, poco curate. In realtà insieme ai temi classici della sua poetica compaiono in primo piano le tematiche religiose e spirituali poco apprezzate anche dai suoi lettori. Comincia da qui l’oblio poetico calato su Anne Sexton: successo in vita silenzi dopo la morte. Dal progressivo abbandono del suo pubblico si accrebbero sempre più forme di dipendenza dai farmaci, dall’alcool, dai numerosi terapisti.

Il 4 ottobre 1974, dopo aver pranzato con l’amica Maxime Kumin, Anne Sexton si suicida con il monossido di carbonio nel garage di casa.

Quando incontriamo un’artista troppo spesso vediamo solo il personaggio, ne indaghiamo e scrutiamo la vita, come accade per Alda Merini o Frida Kahlo, quasi con voyeuristico interesse cerchiamo la follia o il dolore, la trasgressione o la dipendenza che possano giustificare la loro arte a cui però, in fondo, prestiamo solo l’attenzione per quel che ce le rende simili, consentendoci di giustificare le nostre intime fragilità.

E’ alla sua poesia che possiamo e dobbiamo guardare, a colei che ha spalancato la strada di una consapevolezza femminile ancora oggi fragile e velata.

Anne Sexton è nella sua poesia, nella sua irruenta capacità di raccontare “l’indicibile del silenzio femminile”

Segnaliamo il testo teatrale “Tutti i miei cari” della drammaturga Francesca Zanni sulla vita di Anne Sexton portato in scena con Crescenza Guarnieri regia di Francesco Zecca. (R.D.)

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