Breve vita infelice di Olga Benario

Anche Olga Benario è stata una migrante rimpatriata a forza, e questo dovrebbe farci riflettere quando sentiamo che la Guardia Costiera libica si è ripresa un barcone!

La sua storia è commovente, la sua vicenda speculare a quella di Edith Stein: entrambe ebree tedesche, entrambe audaci e appassionate, entrambe finite nelle camere a gas. Una convertita e monaca di clausura, l’altra militante comunista.

Olga nasce a Monaco di Baviera nel 1908. Dal cognome si evince l’origine sefardita della famiglia, cosa non comune in Germania, dove di regola gli ebrei appartenevano al ramo ashkenazita. Entrambi i genitori sono intellettuali attivi nel movimento socialista. Già a quindici anni Olga si impegna in politica nelle fila della KJVD, la Lega Giovanile Comunista Tedesca. Qui conosce Otto Braun, che ha solo qualche anno più di lei ma si è fatto le ossa nella rivolta spartachista del 1919, quella in cui venne uccisa Rosa Luxemburg. Insieme, sotto falso nome, si trasferiscono a Berlino e iniziano una attività rivoluzionaria semiclandestina. Sono gli anni dannati della Repubblica di Weimar: le ferite morali e materiali della Prima guerra mondiale sanguinano ancora, l’inflazione e il mercato nero affamano le famiglie, il governo è allo sbando. Ma fiorisce anche una incredibile attività intellettuale ed artistica: Kӓte Kollwitz disegna la miseria e la fame, il Bauhaus rivoluziona l’architettura, Thomas Mann scrive La montagna incantata, Bertold Brecht firma i primi capolavori del teatro marxista.

Comincia, per Olga e Otto, una capillare attività di contrasto al nazismo nascente: volantinaggi nelle fabbriche, manifestazioni, appoggio agli scioperi operai. Senonché questo provoca l’arresto con gravissime accuse fra cui alto tradimento. Lei è rilasciata dopo qualche tempo, lui trattenuto in carcere con l’accusa di essere agente dell’Unione Sovietica. E qui, primo episodio di coraggio romantico: mentre viene condotto al processo, un gruppo di militanti, fra cui Olga, lo libera armi in pugno. A questo punto devono fuggire e approdano nell’ Unione Sovietica, all’epoca punto di riferimento dei comunisti di tutto il mondo.

E lì, sì, dopo un lungo addestramento divengono agenti internazionali sotto copertura. La loro relazione però va a rotoli e Olga viene inviata in missione in Europa. In una di queste conosce e si innamora di Carlos Prestes, rivoluzionario brasiliano che combatte il regime fascista di Getulio Vargas, il quale ha conquistato il potere con un colpo di stato nel 1930. I due partono per il Brasile sotto falso nome, ovviamente, e si mettono a capo di una insurrezione democratica che però fallisce prima di nascere, per il tradimento di una parte dei congiurati. Migliaia di persone vengono arrestate e torturate. Olga e Carlos devono nascondersi in clandestinità ma il 5 marzo 1936 vengono arrestati. Lei è incinta. Cerca di accreditarsi con il nome falso, ma il console brasiliano a Berlino, invece di farsi i fatti propri, indaga e scopre le sue vere generalità. Così la Gestapo chiede ed ottiene che venga estradata. All’ottavo mese di gravidanza, Olga viene imbarcata su un mercantile e riportata ad Amburgo e poi a Berlino, come speciale ‘regalo’ ad Hitler da parte del governo brasiliano. Alla fine di novembre nasce una bambina, chiamata Anita (in onore di Anita Garibaldi) Leocàdia, come la suocera, la madre di Carlos Prestes.

E qui bisogna registrare un piccolo miracolo della forza femminile: nonna Leocàdia e zia Ligia, sorella di Carlos, viaggiano in tutta Europa per ottenere solidarietà. E l’Europa, all’epoca, la solidarietà la dava, per quanto possibile. Si costituì un comitato di politici, attori, musicisti, intellettuali, fra cui lo scrittore francese Andrè Malraux, che sollevò l’opinione pubblica. Così, dopo lo svezzamento, Anita Leocàdia fu tolta alla madre, ma consegnata alle parenti. È tuttora al mondo, è stata docente universitaria, storica e in questa veste si è occupata delle vicende di famiglia.

Olga fu trasferita nel lager di Ravensbruck e poi alla camera a gas. Morì il 23 aprile 1942.

Conoscendo la sua sorte, la notte prima scrisse questa lettera commovente alla figlia e al compagno:

« … Cara Anita, amore mio caro, mio Garoto, piango sotto le coperte perché nessuno mi senta, perché oggi sembra che non avrò la forza di sopportare una cosa così terribile. Ed è proprio per questo che mi sforzo di dirvi addio adesso, per non farlo nelle ultime e difficili ore. Dopo questa notte, voglio vivere per il breve futuro che mi resta. Da te ho imparato, caro, cosa significa la forza di volontà, specialmente se emana da fonti come la nostra. Ho lottato per ciò che c’è di più giusto e di più buono e di migliore al mondo. Ti prometto adesso che fino all’ultimo istante non dovrai vergognarti di me. Spero che mi capiate: prepararmi alla morte non vuol dire che mi arrendo, ma che saprò affrontarla quando arriverà … Conserverò fino all’ultimo momento la voglia di vivere … ».

Carlos Prestes seppe della morte della moglie soltanto nel 1945, quando uscì dal carcere. (M.P.)

Riferimenti
Fernando Morais, Olga. Vita di un’ebrea comunista. Il Saggiatore
https://www.aljazeera.com/indepth/features/olga-benario-prestes-german-fought-fascism-death-181213220757470.html
https://www.ccisim.it/ricorrenze-di-raffaella-sutter-olga-benario/
Olga, film brasiliano diretto da Jayme Monjardim

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