Come le donne diventeranno libere

Socialismo ed emancipazione nel giornale della ferrarese Rina Melli: Eva (1901-1903)

“Un brigadiere sorprendeva la nostra compagna nel momento in cui stava per avvicinare una compagnia di mietitori coricati di notte sulla paglia: Cosa viene a fare lei qui signora? –Io? Vengo a dire a questa gente (avvicinandosi e gridando forte) che essi comprendessero il loro dovere, dovrebbero abbandonare il lavoro e far sciopero cogli altri perché la causa è comune e se un miglioramento si ottiene dev’essere per tutti. – Ma lei intanto fa propaganda; bisogna che vada via subito-. –Via subito? Con questo caldo? A piedi? Ho detto al vetturale che mi ha accompagnato qui di venirmi a prendere fra 2 ore: e fra due ore andrò. Intanto mi corico su questa paglia.”

Con queste parole il giornale socialista ferrarese La Scintilla racconta la notte precedente l’eccidio di braccianti a Berra, località fortemente interessata dagli scioperi agrari del 1901, quando la giovanissima Rina Melli, attivista socialista, girava in lungo e in largo il territorio ferrarese incitando i lavoratori e soprattutto le lavoratrici ad organizzarsi per ottenere migliori condizioni di vita e di lavoro. In quei concitati giorni di fine giugno tra assemblee e comizi, nel rinnovato gruppo dirigente socialista ferrarese organizzatore degli scioperi, Rina Melli, unica donna, spiccava per energia, intraprendenza e coraggio, tanto che fino al secondo dopoguerra alcune contadine ricordavano ancora una canzone a lei dedicata e che si cantava nelle campagne. Tanto fu grande l’impegno nell’organizzare i 30mila scioperanti che non si poté “per parecchio tempo, neanche dormire un paio di ore la notte” saltando l’uscita di Eva, il settimanale da lei fondato, scritto e diretto con l’intento di aiutarla nella sua incessante propaganda tra le donne lavoratrici:

“Non è vero che la propaganda socialista fra le donne sia impossibile; è semplicemente difficile. È apparsa impossibile perché non si è avuta la pazienza che scalza lentamente le difficoltà, che raddrizza le tenere piante storpiate, che desta i cervelli intorpiditi, che scalda le coscienze agghiacciate dalla schiavitù secolare […]. Occorreva una pubblicazione speciale, fatta con criteri pratici e con metodo sicuro. Questa pubblicazione è il nuovo giornale EVA: ci auguriamo risponda all’attenzione di chi lo compila”.

Un giornale, prosegue Rina nel suo articolo, che riempirà “una lacuna della stampa socialista italiana” perché “ci sono in ogni provincia ormai – dacché il partito socialista ha potuto, con l’ossigeno uscito dall’ostruzionismo, sgranchire le membra – dei buoni giornali di propaganda che si rivolgono con varia fortuna ai proletari delle città e delle campagne; ma non c’è ancora un giornale fatto esclusivamente per la propaganda alle donne”.

Il coraggio con il quale questa giovane ragazza affrontò le difficoltà che accompagnarono l’uscita di Eva, ha dell’incredibile per l’epoca in cui si cala: donna, ebrea, socialista, emancipazionista, giornalista, Rina Melli divenne bersaglio prediletto della stampa cattolica locale che la dileggiò con toni al limite del più bieco disprezzo. Fu la prima donna a Ferrara ad essere schedata nel Casellario Politico e non si sottrasse neppure al difficile e complesso rapporto tra il partito socialista e la questione femminile, tanto che scrisse su Eva: “la mentalità e la coltura dei nostri compagni è ancora così insufficiente che hanno potuto urlarci contro e deriderci quando uscimmo col primo numero della nostra Eva” perché l’uomo anche se iscritto ad un circolo socialista “non rinuncerà ad essere il padrone nella famiglia; talvolta arriverà perfino a non parlare mai di socialismo in casa dove la donna potrebbe sentire e chissà? Chiedere un po’ di libertà e di vita”.

Nata il 3 novembre del 1882 in una famiglia benestante della borghesia ebraica di Ferrara, la vita di Rina è densa di forti emozioni sin dai primi anni dell’adolescenza, quando appena quattordicenne conosce Paolo Maranini, uno studente universitario originario di Copparo chiamato dal padre della giovane per impartirle ripetizioni private e che avrebbe cambiato la vita alla figlia in modo irreversibile. Paolo, definito dalla Prefettura di Ferrara “conferenziere instancabile”, direttore de La Scintilla, era attivo promotore della ricostruzione di un forte movimento socialista a Ferrara. All’età di diciotto anni, Rina si unisce a Paolo con matrimonio civile ed inizia per lei un travolgente periodo di attività sindacale e di propaganda socialista nel desolato panorama padano, tradito nelle aspettative operaie dalle imponenti opere di bonifica che generarono disoccupazione e smarrimento sociale. Un territorio attanagliato da gravi malattie quali la malaria e la pellagra (definita dalla stessa Melli come la malattia delle fame) e con altissimi tassi di analfabetismo. Rina tiene comizi nei fienili delle aziende agricole, assemblee pubbliche nelle piazze, si sposta tra i lavoratori di zona in zona, conduce una militanza di un’intensità quasi inaudita tanto che la Prefettura di Ferrara riportava nel 1901:

“Essa fa propaganda attivissima con grande profitto non solo sulla Provincia di Ferrara, ma in tutta la Regione dell’Emilia spingendosi anche nelle Romagne e la propaganda generalmente viene esplicitata nell’ambiente di campagna. […] Ha preso parte attiva a tutte le manifestazioni del partito non escluso quelle sorte in conseguenza dell’agitazione operaia (scioperi)”.

Eva veniva scritto quasi interamente da Rina che ne curava la redazione, la stampa e la distribuzione: lo pensò come strumento di propaganda rivolto alle donne, alle lavoratrici più povere e sottomesse, un giornale che parlasse “alle donne del popolo”, un periodico educativo da affiancare alla sua robusta attività finalizzata alla lotta di classe ed al riscatto sociale, perché “noi non dobbiamo dunque fare del femminismo ma del socialismo e fra le donne più che fra gli uomini, perché è nel socialismo la liberazione da ogni schiavitù”, aggiungendo che “le donne socialiste devono dimenticare i diritti femminili o femministi per occuparsi del grandioso diritto umano”. L’unicità di Eva risiede nell’essere stato, nel ricco panorama della stampa socialista italiana, il primo periodico scritto e pensato esclusivamente per le donne lavoratrici, dove l’emancipazione si concretizzava attraverso il lavoro e nella parità del lavoro, condizione sine qua non all’affrancamento tra i sessi:

“La questione della donna non si può separare dalla questione operaia, la donna, come ho già detto, lavora ed è sfruttata più dell’uomo; noi vogliamo organizzarla perché non si presti più a lavorare per dei salari minimi, e non faccia la concorrenza al marito, al fratello”.

Gli articoli in Eva portano in sé tutta la carica dell’incitamento e dell’esaltazione al lavoro organizzato, – “C’è bisogno della cooperazione di tutti gli onesti – siano uomini o donne per stabilire quaggiù, il regno della pace e dell’amore” – dell’importanza della partecipazione e dell’essere parte di un più ampio progetto, ma pure un perentorio monito alle donne ancorate per timore ad un ruolo subalterno:

“sono rimaste ancora in disparte assistendo inerti alla battaglia che gli uomini soltanto hanno cominciato a combattere, trattenuti molte volte dal compiere il loro dovere dalle compagne e dalle sorelle dalle quali aspettavano incoraggiamento e conforto”.

La cifra stilistica comunicativa sostanzialmente utilizzata ricalcava i toni ai quali i lavoratori dei campi erano abituati: pensieri declinati in parole facilmente assimilabili, descrizioni semplici ma di forte impatto emotivo espresse con lo stesso linguaggio liturgico delle omelie che traducevano in concezione evangelica la propaganda socialista, un impianto di stampa didattico educativa per le zone rurali:

“Bisogna leggere, o amiche, bisogna leggere per non rimpicciolire il cervello ed il cuore […]. Riunitevi in un ambiente riscaldato e leggete o fatevi leggere i giornali: la Giustizia, la carissima Eva”

Il giornale è largamente costruito sul racconto, sulla parabola, sul bozzetto sociale e i dialoghi, per lo più interpretati da fittizi personaggi del popolo: lavoratrici, madri, sorelle e figli spesso dialogano tra di loro oppure, in antitesi, con personaggi del clero o della borghesia. I protagonisti sono quasi sempre donne di modesta posizione, coi nomi dal sapore schietto della quotidianità (Tognina, Rosina, Gigetta, ecc.), dove la figura “positiva”, ovvero colei che già si è avvicinata all’ideologia socialista cerca di trasmetterla ad un’interlocutrice “negativa”, pessimista e indecisa, la quale scetticamente giudica il socialismo un male della società, da evitare e da contrastare. Questo modus comunicativo viene parzialmente riprodotto dalla Melli nelle collaborazioni con altre testate giornalistiche: La Difesa delle Lavoratrici, Unione Femminile, Il Popolo.

L’anticlericalismo e la ricerca della nuova fede e della nuova civiltà saranno temi portanti e reiterati, mentre educazione e organizzazione sono i sacramenti richiesti dalla religione dell’umanità. Il richiamo al rapporto tra il cristianesimo originario, quello voluto da Cristo – “La religione di Gesù era una religione semplice, democratica, ugualitaria, una religione vibrante di chiarezza, di carità, di pietà, di mansuetudine, di misericordia” – e quello presunto tale, predicato dai ministri del culto, è leit motiv della politica editoriale in Eva ed il riferimento al senso religioso diviene propedeutico alla diffusione ed all’adesione alla dottrina socialista:

“Lavoratori, non credete al prete che in nome di Dio vi esorta ad accettare con rassegnazione le sofferenze di questo mondo e ad attendere i godimenti nell’altro, poiché questa è una trappola tesa per impedirvi di reclamare un miglior compenso alle vostre fatiche, perché col prezzo di queste il prete e gli amici suoi possono indisturbati godere in questa vita”.

Altro tema che spesso appare sulle pagine del periodico ferrarese, che univa e contemporaneamente divideva le emancipazioniste in animati dibattiti sulla stampa, era il militarismo. La guerra aveva origini economiche dove a “morire sui campi di battaglia sono i figli dei proletari a beneficio degli interessi dei borghesi” riportava Eva in tempi ancora lontani dai tragici scenari della grande guerra.

Parimenti, e nonostante la rigorosa linea editoriale ancorata ai precetti del socialismo, Eva affronta e riporta con deciso tratto educativo i temi della coeva dialettica emancipazionista dal diritto al voto, il divorzio, il ruolo della donna nella famiglia e nella società, la maternità e la cura dei figli. Rina Melli è fautrice di quei mutamenti che connotarono le biografie delle donne tra il XIX ed il XX secolo: fu lei stessa “una donna nuova” per la quale il binomio vita ed impegno politico costituì una necessaria transizione dal privato al pubblico, la rivendicazione alla cittadinanza femminile attraverso nuove idee, azioni concrete, agire singolarmente per pensare collettivamente per il riconoscimento della propria autonomia.

Un vivido ed accorato invito alla libera scelta ed al protagonismo femminile che Rina riassume nel motto del socialista tedesco August Bebel, scelto per accompagnare ogni numero di Eva “Un sesso non è autorizzato a imporre limitazioni all’altro, allo stesso modo che una classe non può imporle ad un’altra”. (Susanna Garuti)

 

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