Nome di battaglia Chicchi

Nome di battaglia: Chicchi

Teresa Mattei, pedagogista, partigiana combattente, aveva come nome di battaglia Chicchi. È stata nella formazione garibaldina, Fronte della Gioventù, con la qualifica di comandante di compagnia. È stata anche la donna che ha preso parte all’azione che ha portato all’uccisione del filosofo Giovanni Gentile. Ed è stata, dopo la guerra, la più giovane eletta all’Assemblea Costituente, dove ha assunto l’incarico di segretaria dell’ufficio di presidenza.

L’uccisione di Giovanni Gentile è avvenuta a Firenze il 15 aprile 1944 ad opera dei Gruppi di Azione Patriottica (GAP). È stato un episodio che ha diviso lo stesso fronte antifascista, venendo disapprovato dal Comitato di Liberazione toscano con la sola esclusione del Partito Comunista Italiano. È stata l’azione dei GAP che ha suscitato il maggior numero di discussioni insieme all’attentato di via Rasella. Le polemiche sull’evento non si sono mai sopite, rinfocolandosi ancora negli anni duemila.

Giovanni Gentile, filosofo neoidealista, è stato il Ministro della Pubblica Istruzione del governo Mussolini che, nel 1923, ha elaborato, assieme a Giuseppe Lombardo Radice, la famosa Riforma Gentile. “La più fascista delle riforme”, come la definì appunto Mussolini.

La scuola professionale femminile – recita l’art. 7 – ha lo scopo di preparare le giovinette all’esercizio delle professioni proprie della donna e al buon governo della casa.

Il 20 gennaio del 1927, con un decreto legge, il Governo fascista interviene anche sui salari delle donne, riducendoli alla metà rispetto alle corrispondenti retribuzioni degli uomini.

Del resto, avrebbe scritto qualche anno dopo uno degli ispiratori intellettuali della politica sociale e della famiglia del regime fascista, Ferdinando Loffredo, in “Politica della famiglia” (1938):

La indiscutibile minore intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia, quanto più onestamente intesa, cioè quanto maggiore sia la serietà del marito […] Il lavoro femminile crea nel contempo due danni: la mascolinizzazione della donna e l’aumento della disoccupazione maschile. La donna che lavora si avvia alla sterilità; perde la fiducia nell’uomo; concorre sempre di più ad elevare il tenore di vita delle varie classi sociali; considera la maternità come un impedimento, un ostacolo, una catena; se sposa difficilmente riesce ad andare d’accordo col marito; concorre alla corruzione dei costumi; in sintesi, inquina la vita della stirpe”.

«L’esodo delle donne dal campo di lavoro avrebbe senza dubbio una ripercussione economica su molte famiglie, ma una legione di uomini solleverebbe la fronte umiliata e un numero centuplicato di famiglie nuove entrerebbero di colpo nella vita nazionale. Bisogna convincersi che lo stesso lavoro che causa nella donna la perdita degli attributi generativi, porta all’uomo una fortissima virilità fisica e morale».

La mattina del 30 marzo 1944 Giovanni Gentile riceve una cartolina anonima, con timbro postale di Firenze del 28 marzo, recante il seguente messaggio:

«Tu come esponente del neofascismo sei responsabile dell’assassinio dei cinque giovani al mattino del 22 marzo 1944 »

L’accusa era chiaramente riferita alla fucilazione di cinque giovani renitenti alla leva, avvenuta al Campo di Marte, catturati come rappresaglia in seguito all’avvenuta uccisione di diversi simpatizzanti fascisti presi prigionieri dai partigiani. Teresa Mattei, ha attribuito l’iniziativa dell’omicidio al marito Bruno Sanguinetti, ricordando anche il ruolo giocato da lei stessa nell’omicidio Gentile, (conosceva personalmente il filosofo perché era il suo professore):

«Per fare in modo che i gappisti incaricati dell’agguato potessero riconoscerlo, alcuni giorni prima li accompagnai presso l’Accademia d’Italia della Rsi, che lui dirigeva. Mentre usciva lo indicai ai partigiani, poi lui mi scorse e mi salutò. Provai un terribile imbarazzo.» (Teresa Mattei)

Chicchi ha sempre rivendicato la legittimità dell’esecuzione di Gentile.

«In guerra la vita umana perde valore. Ci muovevamo in mezzo al sangue, assistevamo ogni giorno a crimini orrendi che ci avevano induriti. Ci sono momenti, nella storia, che non ammettono mezze misure» (Teresa Mattei)

Teresa Mattei viene da una famiglia di antifascisti. Il padre Ugo è un avvocato amico di Carlo, e Nello Rosselli è attivo nei loro gruppi di Giustizia e Libertà; trasferitosi con la famiglia a Bagno a Ripoli, nel 1932 diventa un importante dirigente toscano del Partito d’Azione, che sarà formalmente fondato nel 1942. Teresa Mattei prende attivamente parte al lavoro di Giustizia e Libertà: è inviata a Nizza a consegnare a Carlo Rosselli 600.000 lire, che dovranno servire per l’organizzazione della sezione italiana che andrà a combattere nella guerra di Spagna. A Mantova, dove si è recata per incontrare don Mazzolari, viene arrestata: in cella, a contatto con le prostitute, scopre la piaga sociale che con Lina Merlin affronterà nel nuovo Parlamento. Alla fondazione del Partito d’Azione (1942), col fratello Gianfranco, docente ordinario di chimica al Politecnico di Milano, preferisce entrare nel Partito Comunista Italiano, che, con i GAP, le sembra più affidabile, dal punto di vista organizzativo, del Partito d’Azione. Nel 1938, in seconda liceo, viene espulsa dal classico Michelangiolo e da tutte le scuole del Regno perché contesta le leggi razziali fasciste. Prende la maturità, sempre al Michelangiolo, come privatista lo stesso anno, e s’iscrive a Lettere e Filosofia divenendo allieva di Gentile. Il 10 giugno 1940, in occasione della dichiarazione di guerra, organizza la prima manifestazione in Italia contro il conflitto, in Piazza San Marco a Firenze. Si laurea in Filosofia presso l’Università di Firenze nel 1944. Nel febbraio di quell’anno, il fratello, dopo la cattura per una delazione, si toglie la vita nella cella della prigione di via Tasso a Roma, impiccandosi con la cintura dei pantaloni, per non cedere alle torture inflittegli e non rischiare, quindi, di rivelare i nomi dei compagni.

“Ardita come un uomo”, dicevano di lei. Ma se era ardita, com’era, lo fu come una Donna. Ardita come una donna, dopo la morte del fratello, a Perugia è imprigionata dai nazisti e subisce tutte quelle violenze che i guerriglieri impongono alle donne. Quando Firenze viene liberata racconta di essere stata lei a indicare Giovanni Gentile: la violenza del fascismo le ha insegnato  la crudeltà della logica amico/nemico, proprio a lei, ad una donna rispettata e conosciuta non solo per il rigore dei principi, ma per la dolcezza degli affetti.

“Nessuna Resistenza sarebbe potuta essere senza le donne” diceva, per questo si è sempre battuta per quella parità rimasta incompiuta dopo la guerra. Le donne non erano ancora cittadine, perché non potevano “acquisire una parte di quella sovranità che spettava a tutti”: anche se “in guerra avevano guidato treni, fatto le postine, finita la guerra erano state rimandate a casa”.

Teresa ha sempre voluto raccontare la verità, parlare come si sentiva, raccontare le storie di vita. Quelle vere, quelle vissute in prima persona.

“Parlavo alle donne di uguaglianza, di accesso paritario, di libertà e di studiare. E le donne cominciavano a crederci. La guerra, svuotando le case, le aveva lasciate sole a gestire tutto: era stata la guerra a renderle responsabili.”

Nel 1948 Teresa resta incinta. Il suo primo figlio, Gianfranco, nasce il 16 luglio 1948. Ma non può sposare il suo compagno perché lui non può divorziare. In quegli anni di combattimento, di sconvolgimenti e di guerra accadeva frequentemente che uomini maturi e già sposati, padri di famiglia si innamorassero di giovani donne con le quali avevano condiviso la Resistenza, e che per tale amore lasciassero tutto per intraprendere una nuova vita sentimentale insieme.

La Resistenza cambiò i destini individuali. Degli uomini come delle donne. La lotta, nell’azione clandestina, era un’esperienza molto particolare, di condivisione intensa, di solidarietà assoluta, che si intrecciava con le tribolazioni, con il dolore, a volte anche con la morte stessa, creando inevitabilmente dei legami profondi ed indissolubili.

Togliatti, allora a capo del Partito Comunista, quando sa che Teresa aspetta un figlio, è inclemente e le intima l’interruzione di gravidanza come possibile via d’uscita per timore di un’ondata di discredito sollevata dallo scandalo. “Togliatti voleva farmi abortire per timore dello scandalo, ma quel figlio io lo volevo.” (Teresa Mattei)

Il figlio che Teresa aspetta è frutto del legame con Bruno Sanguinetti, colui col quale aveva progettato l’uccisione di Giovanni Gentile, suo compagno di lotta e di vita. L’onorevole Teresa Mattei, 25enne, non sposata e per giunta incinta, diventa, per quegli anni, e per il Partito Comunista, una donna scandalosa e imbarazzante. Chicchi si scontra così, apertamente, con l’ipocrisia moralistica dei compagni comunisti. Teresa Mattei è la prima ragazza madre in Parlamento. Dissi a Togliatti: “Le ragazze madri in Parlamento non sono rappresentate, dunque le rappresenterò io”.

È una donna di saldi principi, coraggiosa, che ama la libertà di scelta prima di qualunque cosa. Una piccola “maledetta anarchica”, come la chiama Togliatti, che non accetta passivamente l’imposizione dell’aborto, come non accetterà neppure il voto imposto a favore dell’inserimento dei Patti Lateranensi nella Costituzione. Sarà proprio per questo che rifiuterà di candidarsi alle elezioni del 18 aprile 1948. Per Teresa è diventato impossibile mantenere la fiducia nel comunismo sovietico soltanto perché i compagni italiani sono fedeli alla democrazia. Che Stalin sia un dittatore lo pensano ormai in molti ma in pochi lo dicono. Teresa lo fa. Chicchi si ribella al PCI dicendo che Stalin è un dittatore. D’altronde non si può essere ciechi.

“L’ignoranza della mia biografia politica di tanti commentatori mi accosta allo stalinismo…pensare che venuta a conoscenza delle sue degenerazioni sono stata una delle prime dall’interno del PCI a denunciarle pagando con la mia radiazione dal partito, nel 1955.” (Teresa Mattei)

Teresa viene emarginata completamente dal partito per aver criticato i metodi stalinisti. Chicchi è una persona indipendente e vuole sentirsi libera di criticare quelle posizioni del Partito Comunista, a suo avviso sbagliate e distorte.

Da allora sono sempre stata indipendente perché ho capito che non mi andava bene una formazione politica che mi imponeva di pensare solo in un certo modo.

Così avviene l’espulsione dal Pci e la più giovane delle “madri della Costituzione” scompare dall’ufficialità della scena politica italiana. La sua vita è stata sempre libera e consapevole; una consapevolezza che l’ha sempre accompagnata, dalla politica istituzionale all’attenzione per i problemi dell’infanzia, nel convincimento che già ai piccoli si debba insegnare come «cercare insieme le vie giuste e capire gli altri».

Alle giovani generazioni diceva: Voi siete il nostro futuro, cercate di assomigliarci ma di essere meglio di noi. Cercate di fare quello che noi non siamo riusciti a fare, un’Italia fondata, veramente, sulla giustizia e sulla libertà. (R.F.)

Bibliografia
Teresa Mattei una donna nella storia: dall’antifascismo militante all’impegno in difesa dell’infanzia – Commissione Pari Opportunità regione Toscana
http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/teresa-mattei/
https://www.treccani.it/enciclopedia/teresa-mattei

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