Il “Cuore Pensante” di Etty Hillesum: «Il senso della vita non è soltanto la vita stessa»

Il “Cuore Pensante” di Etty Hillesum: «Il senso della vita non è soltanto la vita stessa»

Esther  Hillesum, che conosciamo tutti come Etty, nasce in Olanda nel 1914. È stata una giovane intellettuale ebrea olandese, che ci ha lasciato un imperdibile Diario e molte Lettere, scritte durante la sua permanenza nel campo di Westerbork, dal luglio del 1942 al 7 settembre 1943. Scrivo di Etty oggi, non solo perché è il giorno della Memoria, il giorno dedicato al Ricordo delle vittime dei Lager (che andrebbero ricordate sempre e non solo oggi) di cui Etty fa parte; il giorno in cui ognuno ha il dovere di non dimenticare gli orrori della guerra, di ogni guerra.

Scrivo di Lei soprattutto perché il suo pensiero più di ogni altro, in questo momento storico, è di rilevanza straordinaria. Il suo credere fermamente nel Bene … “C’è fango, così tanto fango che occorre possedere una grande dose di sole dentro di sé, da qualche parte fra le costole” … mi dà forza, non solo speranza. Che saremo capaci di resistere alle forze avverse, agli attuali spettri che s’aggirano per l’Europa, gli stessi spettri che la uccisero. Hillesum, li riconobbe subito, così come dovremmo anche noi essere capaci di farlo adesso. Questo è il potere della Memoria. L’Eredità. Etty, nel pieno del delirio nazionalsocialista e della deportazione razziale, vedeva negli esseri umani l’assenza di una abitudine al pensare, un rifiuto esplicito a esercitare il pensiero. Nel dicembre del 1942, scrive nel suo Diario che vi è l’esigenza di cercare dentro di noi “altri organi oltre alla ragione”, quelli che ci rendano capaci di comprendere meglio gli eventi in cui si è immersi. “Certo, accadono cose che un tempo la nostra ragione non avrebbe creduto possibili. Ma forse possediamo altri organi oltre alla ragione, organi che allora non conoscevamo, e che potrebbero farci capire questa realtà sconcertante. Io credo che per ogni evento l’uomo possieda un organo che gli consente di superarlo.” Il cuore è uno di questi, un organo che può rendere possibile una nuova comprensione della realtà nei suoi aspetti estremi, contraddittori e violenti, per generare appunto “nuovi pensieri” e “nuove intuizioni”.

Voglio essere un cuore pensante” – diceva. La “ragione” del cervello era ed è insufficiente a spiegare e spiegarsi quanto stava accadendo. Così come il cuore stesso, senza la mediazione del cervello, è insufficiente a comprendere gli atti abominevoli che gli uomini sono in grado di compiere. Ecco perché serve diventare “cuori pensanti”. Il nostro cuore in fondo è il nostro centro, e quando si perde il centro si resta disorientati, non capendo più quale è la giusta direzione, o meglio, la DIREZIONE DEI GIUSTI. Perché c’è sempre una direzione dei giusti. Zambrano diceva: “È la condizione del cuore come centro, in quanto centro, quella che determina e fa sorgere i centri che risplendono illuminando, che se si riferiscono alla cosiddetta realtà esteriore o mondo si riflettono in centri interiori e si sostengono su di essi.” Senza pensare col cuore perdiamo il senso dell’esistenza.

A Noi tutti, ognuno di Noi, spetta resistere. Resistere, resistere, resistere! “Dobbiamo combatterle giornalmente, come insetti, quelle piccole numerose preoccupazioni circa il domani, perché esauriscono le nostre energie.” E se si comprende il pensiero di Esther non si trova paradossale che riuscisse ad amare persino i suoi nemici, in quanto umani, nel pieno della guerra: “Abbiamo ancora così tanto da fare con noi stessi, che non dovremmo neppure arrivare al punto di odiare i nostri cosiddetti nemici”. Non è un’apologia della bontà la sua visione del mondo, né tantomeno mistica e religiosa come tante volte ci hanno fatto credere, ma la ferma convinzione che l’amore sia la vera soluzione finale. “Io credo che dalla vita si possa ricavare qualcosa di positivo in tutte le circostanze.” Oh certo, Etty aveva Dio in sé, dialogava con lui, lo pregava, ma il suo Dio non aveva nulla del Dio trascendente, esterno, come quello inteso dalla tradizione ebraica; il suo era un Dio intimo, “ personale”. “Quando prego, non prego mai per me stessa, prego sempre per gli altri, oppure dialogo in modo pazzo, infantile o serissimo con la parte più profonda di me, che per comodità io chiamo ‘Dio’”. Etty trova, con un profondo atto di scavo e ricerca, un Dio interiore, quello che ogni essere umano conserva nel profondo di sé, la scintilla che anima la vita. “Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi.”

Come diceva Gandhi, sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo. La sua spiritualità, la sua fame di bene, poggiava su una forza che aveva origine nell’aver pacificato il tormento in sé. “Tutte le volte che mi mostrai pronta ad accettarle, le prove si cambiarono in bellezza”. Nel 1939 venne creato il campo di Westerbork, dove il governo olandese, in accordo con la principale organizzazione ebraica del paese, decide di riunire i rifugiati ebrei, tedeschi o apolidi, che vivono nei Paesi Bassi, pensando al loro futuro rimpatrio. Il 10 maggio 1940, i tedeschi irrompono in Olanda, e Rauter diventa capo supremo delle SS e della polizia. Tra maggio e giugno del 1942, nei Paesi Bassi entrano in vigore le leggi di Norimberga che privano gli ebrei della maggior parte dei diritti civili. Sono costituiti i Consigli Ebraici, organismi che fungono da intermediari con le autorità, col compito di rappresentare la comunità israelitica, ma in realtà obbligati ad attuare le decisioni prese contro sé stessi dalle SS. Il 29 giugno Etty apprende dalla radio britannica la notizia che in Germania e nei paesi occupati sono già stati uccisi 700.000 ebrei. Nel luglio 1942, Westerbork, sorto come “campo si raccolta” per ebrei da rimpatriare, sotto il comando tedesco diventa un “Campo di transito di pubblica sicurezza”. In pratica un campo di deportazione che smista gli ebrei prigionieri diretti ad Auschwitz.

Etty poteva fuggire, poteva andarsene. Ma rimase. E non lo fece perché sottovalutava il pericolo di morire. Tre luglio 1942: “Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento Ora lo so. Non darò più fastidio con le mie paure, non sarò amareggiata se altri non capiranno cos’è in gioco per noi ebrei […].” Non se ne va perché quello è il suo modo di resistere. Non farsi annientare significa non morire. Resistere è esistere. “Il mio ‘fare’ consisterà nell’‘essere’.

Non spostarsi da sé ma anzi addentrarsi sempre più nel profondo. “Si deve diventare un’altra volta così semplici e senza parole come il grano che cresce, o la pioggia che cade. Si deve semplicemente essere”. La Hillesum, prima lavora come dattilografa presso il Consiglio Ebraico, Shoah poi, il 30 luglio 1942, comincia a collaborare al Dipartimento di Aiuto Sociale alle persone in transito. Una posizione che non manca di innervosire i suoi amici, alcuni dei quali militava nella resistenza. Negli stessi giorni Anna Frank, a pochi chilometri di distanza, inizia a scrivere il proprio diario nel suo nascondiglio. Etty sa quello sta per accadere e ha la possibilità di salvarsi ma non lo farà.

Per la necessità interiore di rimanere fedele a se stessa e al suo popolo, testimone e cronista della dignità umana in un mondo sempre più disumanizzato. “Dovranno pure sopravvivere alcune persone per diventare più tardi i cronisti di questo tempo. Anch’io vorrei essere in futuro una piccola cronista. [..] E se sopravvivo, scriverò delle satire sui miei compagni, o delle brevi, esilaranti novelle“. Non è sopravvissuta. Come Anna Frank. Ma la sua Memoria sì. Di fronte all’indicibilità di quanto stava accadendo Etty rifiutò di aderire personalmente alla opposizione politica al nazismo, perché sentiva che il suo compito era un altro: era la non violenza. Doveva salvaguardare un nucleo di vita e di amore dal quale si potesse ricominciare “di sana pianta” nell’Europa del dopoguerra. “Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo”.

Etty, innamorata della vita. Etty, che rinuncia ai suoi privilegi per seguire i deportati nei campi, perché è sua responsabilità dedicarsi agli altri e alleggerire il dolore dei meno fortunati. Etty, che sale sul treno cantando. Etty, una donna molto scomoda. Agli altri, a se stessa. Faceva e si faceva troppe domande. Si confrontava, si sfidava, si contraddiceva, si cercava nel profondo. Appassionata e insaziabile di vita e di amore; piena d’immaginazione e ardore, ironica, tenera, crudelmente sincera, costantemente innamorata. Di uno, di due uomini contemporaneamente. Di un albero. Di Rilke. Di un Dio misterioso al quale riusciva a perdonare l’indifferenza verso il dolore del mondo. Della vita. La sua vita. Ma anche quella degli altri arrivando a scegliere l’aborto come atto di compassione.

È per amore dell’Altro che va a lavorare come volontaria a Westerbork, dove le persone sono ammassate come bestie prima di partire per Auschwitz. Condivide la sofferenza altrui al punto da rendersi conto che il suo dolore non è niente, in confronto al dolore dell’umanità intera. “Chi sono io per accettare di salvarmi e abbandonare il mio popolo?” E quando parla del “suo popolo” non parla degli ebrei. Non è come chi, quando parla del “suo popolo” parla di chi vive o nasce (e anche questo non sempre è sufficiente) dentro ai suoi stessi confini. No, Hillesum non vedeva confini tra le persone; con “il mio popolo” si riferiva alla popolazione umana nella sua interezza. A Westerbork aiutò molte donne, facendo di tutto perché conservassero fino alla fine la loro dignità. “Potete essere private di qualsiasi cosa, ma la dignità non dovete mai farvela portar via”. Nella prima sua lettera scrive: “La vera emancipazione femminile deve ancora cominciare, quindi. Forse la donna, in quanto essere umano, non è ancora nata.” Quelle che si potrebbero chiamare strategie di sopravvivenza, cioè scoprirsi vedenti dell’ ineluttabilità del proprio destino ma riuscire a eluderne i confini materiali e non perdere la propria identità, per Esther Hillesum erano la stoffa stessa del suo stare nel mondo. Anche la scrittura lo fu. Una questione di irrinunciabilità con cui arriva la completa assunzione della responsabilità. “Bisogna essere sempre più parchi di parole, insignificanti, per trovare quelle parole di cui si ha bisogno.

Deciderà proprio in nome di questa responsabilità di non sottrarsi al proprio destino. “L’unica norma che hai sei tu stessa, lo ripeto sempre. E l’unica responsabilità che puoi assumerti nella vita è la tua. Ma devi assumertela pienamente».” Il Diario e le Lettere sono testimonianza della sua ‘resistenza esistenziale’ al nazismo. Lei che leggeva Dostojevskij, Puškin, Sant’Agostino. Dimostra una grande capacità di scrittura: descrive minuziosamente la vita del campo, il sovraffollamento, le baracche, l’ ospedale, le condizioni igieniche orribili, l’intimità perduta, il fango, la paura sempre presente, le separazioni tra madri e figli, con una rarissima capacità espressiva e poetica. Etty si sofferma sui sentimenti, sulle emozioni, sulle reazioni della gente. “La mia penna non dispone di quegli accenti grandiosi che servirebbero a rendere un’idea seppur vaga di queste deportazioni”…“se anche proseguissi per pagine e pagine, non avreste un’idea dei piedi strascinati, dei passi stentati, della cadute, del bisogno d’aiuto, delle domande infantili.

Eppure non riesco a trovare assurda la vita”. Per Lei quello che conta nella vita non sono i fatti ma conta solo ciò che grazie ai fatti si diventa. Durante la giornata o anche di sera, pur essendo stremata, cerca un angolo nascosto del campo per poter continuare a scrivere le proprie memorie e lasciare la sua testimonianza: “Il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi. E non vedo nessun’altra soluzione, veramente non ne vedo nessun’altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappar via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi”. Nel suo Diario annota in poche righe una delle grandi lezioni che avrebbe consegnato al Novecento: “Dobbiamo avere il coraggio di abbandonare tutto, ogni norma e appiglio convenzionale, dobbiamo osare il gran salto nel cosmo, e allora, allora sì che la vita diventa infinitamente ricca e abbondante, anche nei suoi più profondi dolori.” Etty, poetessa rara, è morta ad Auchwitz il 30 novembre del 1943. Ci ha lasciato soli. Ma non riesco a sentire la sua mancanza come un vuoto. Perché la vedo davvero lasciarci cantando. Lei che diceva: e ora che non voglio più possedere nulla e che sono libera,  ora possiedo tutto e la mia ricchezza interiore è immensa“.

Un’interiorità così preziosa da restare ammutoliti e commossi. È difficile non innamorarsene. Lei che possedeva l’amore. Lei che è riuscita davvero a diventare un cuore pensante. A scendere nel proprio intimo e scegliere di viverci. Quando partì sapeva che non sarebbe tornata. Consegnò le sue lettere ad un’amica e si liberò di tutte le cose materiali che aveva. Lo zaino può contenere poco, meglio un libro che un maglione: “Non mi porto ritratti di persone care, ma alle ampie pareti del mio io interiore voglio appendere le immagini dei molti visi e gesti che ho raccolto, e quelle rimarranno sempre con me […] e in qualche angolino dello zaino riuscirò a farci stare lo Stundenbuch?* […] E se non potrò sopravvivere, allora si vedrà chi sono da come morirò. Non si tratta più di tenersi fuori da una determinata situazione, costi quel che costi, ma di come ci si comporta e si continua a vivere in qualunque situazione.

FONTI

Adelphi ha pubblicato dapprima una selezione del Diario 1941-1943 (1985) e delle Lettere 1942-1943 di E.H. (1986); poi, nel 2012-2013, l’edizione integrale di essi, nella quale ho scelto le citazioni.
RaiPlay Radio Siamo partiti cantando e il tram n 7 – Florinda Fiamma racconta Etty Hillesum
Adinolfi Isabella, Etty Hillesum. La fortezza inespugnabile, Il Nuovo Melangolo , 2011
Giulia Rioli, Alle origini del problema dell’empatia: Etty Hillesum, Simone Weil, Edith Stein, Wanda Póltawska: viaggio tra psichiatria e filosofia del primo Novecento
Chiara Zamboni, Due voci vicine e diverse sul pensiero di Etty Hillesum
Luciana Breggia, Parole con Etty, Un itinerario verso il presente, CLAUDIANA – TORINO
Il sole 24 ore, Etty Hillesum , la piccola cronista morta ad Auschwitz, 21-1-2013
Francesca Manenti, Etty Hillesum: la scrittura spezzata

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