Joyce Lussu: abitare il mondo

Joyce Lussu: abitare il mondo

Sono ancora poche, troppo poche, le persone che conoscono Joyce Lussu, una donna davvero rivoluzionaria, “sempre in lotta col potere costituito”. Anche io non la conoscevo, finché, in uno splendido e sperduto paesino sardo, Masullas (Masùddas in sardo), qualche settimana fa ne ho conosciuto la storia leggendola sui muri della piazza.

Lussu. Si pensa subito ad Emilio. C’è quell’abitudine di chiamare Joyce, autrice di libri forti e importanti come Fronti e Frontiere o come L’olivastro e l’innesto, con il cognome da sposata; e anche nei manuali di storia della letteratura. Un piccolo torto per me, a questa donna che sebbene abbia amato il marito con tutta se stessa, a se stessa non rinunciò mai. Indipendente, allergica ai dogmi e agli stereotipi ideologici, dallo spirito indomito, che accettò di sposarsi con rito civile solo perché suo figlio non fosse registrato come nato da «madre ignota».

Joyce, il cui nome per intero è Gioconda Beatrice Salvadori Paleotti, nasce l’8 Maggio 1912 a Firenze. Diventerà una scrittrice, traduttrice storica, ecologista e anche poetessa sebbene di sé diceva di non esserlo. Ma nella sua piena e rotonda vita sarà più di ogni cosa, una vera sibilla contemporanea, una coraggiosa partigiana, un’instancabile viaggiatrice e conoscitrice di culture “diverse”. Sicuramente acquisì la sua stoffa di combattente dal nonno, il colonnello garibaldino Arturo Galletti de Cadilhac e nipote del generale, pure lui garibaldino, Bartolomeo (Meo) Galletti, che fu fra i difensori della Repubblica romana del 1849. D’altronde – scrive lei stessa – una che a soli nove anni nella cartella nascondeva un pezzetto di carbone per scrivere sui muri «Abbasso il fascio», è già un mito!

Beatrice crebbe in una famiglia liberale marchigiana nella quale maturò anche il suo ateismo, incoraggiato dai genitori, intellettuali democratici di origine inglese (il padre, Guglielmino Salvadori tradusse Herbert Spencer ed era vicino alle idee di Russell). Non fu battezzata e le insegnarono a guardare con sospetto i testi sacri. «In quei libri ci deve essere qualcosa che non va perché hanno fatto ammazzare un sacco di gente», le diceva sempre sua madre! La sua avversione per il dogma, qualsiasi dogma, politico, religioso, sociale l’accompagnerà tutta la vita. “Il dogma e l’assoluto– scrive Joyce in Portraitci apparivano come segni di arretratezza mentale e civile”.

Suo padre, negli anni del regime, scrisse articoli molto critici per i quali venne selvaggiamente attaccato davanti alla sede del fascio da una trentina di squadristi intenzionati ad ucciderlo. Salvato, come si dice, per il rotto della cuffia grazie anche all’intervento del figlio, nel marzo del 1925, decise di trasferirsi con la famiglia in Svizzera dove rimasero fino al settembre 1934. Beatrice andò poi in Germania, a Heidelberg, per seguire le lezioni del filosofo Karl Jaspers, che come tanti altri filosofi e letterati di quel tempo sottovalutò l’ascesa del nazismo; ciò che non fece invece lei che, col suo gessetto in cartella, lo vedeva chiaramente e pericolosamente avanzare. Andò dunque in Francia e in Portogallo dove si laureò in Lettere alla Sorbona di Parigi e in Filologia a Lisbona. Beatrice viaggiò per tutta la vita. Il suo mondo era più grande di quello delle donne di allora, più vasto, sia per estensione che per sguardo e comprensione. Tra il 1934 e il 1938 visse in diverse zone dell’Africa ove crebbe il suo interesse per la natura e il suo impegno contro lo sfruttamento colonialistico di genti e paesi, che da allora restarono motivazioni fortemente legate alla sua scrittura e alla sua vita in genere.

Il mio andare nel mondo ha sempre accresciuto la mia fiducia nell’essere umano. Avevo trovato troppe persone in troppi paesi molto diversi che erano esattamente come me. Queste persone avevano in comune con me le cose che più contano nella vita, anche se le più esterne potevano essere diverse. E poi, il diverso è sempre uno stimolo, e a me piace andare in paesi dove la gente si veste in un altro modo, mangia in un altro modo, si muove in un altro paesaggio. È una ricchezza aggiunta a quel che posso sapere del mio luogo”. È stata una grande anticipatrice, anche in senso ecologico, persino per i nostri tempi.

Benedetto Croce in persona curerà i suoi primi testi poetici significativi:  apprezzava molto non solo la scrittura ma anche la carica vitale di questa giovane talentuosa e promettente che a tavola si lanciava in focose contese con lui, smascherandone il più delle volte la sua misoginia. Era venuto il tempo in cui di fronte alla ferocia nazi-fascista Beatrice non poteva più stare a studiare in biblioteca. Croce evidenzierà la capacità laica che Joyce ebbe nel rapportarsi con coraggio al dolore del vivere e la forza dei paesaggi e delle scene che “si sono fatte interne, si sono fuse con la sua anima“. Scriveva infatti Joyce: «Il “conosci te stesso” è il fondamento immenso, affascinante e mai risolto delle nostre ricerche. Cercare di conoscere sé stessi è un’infinita esercitazione, che si inaridisce soltanto se non diventa subito ciò che dovrebbe essere: la chiave per conoscere gli altri e comunicare con loro».

Beatrice entrò a far parte del movimento “Giustizia e Libertà” insieme al fratello Max intorno al 1937 e l’anno successivo incontrò mister Mill , come veniva chiamato Emilio Lussu per gli organizzatori della resistenza in esilio. Restarono compagni di lotta e di vita fino alla morte. Con lui Joyce visse la clandestinità nella lotta antifascista. Passeranno il confine innumerevoli volte: a Marsiglia, Joyce ed Emilio organizzano partenze clandestine; e lei impara a falsificare documenti d’identità per coloro che devono lasciare l’Europa. Questo impegno conduce la coppia in Portogallo per alcuni mesi, per poi raggiungere l’Inghilterra nel tentativo di avviare con il War Office inglese un piano insurrezionale per liberare l’Italia dal giogo della dittatura e dall’alleanza nazi-fascista. Vicino a Londra Joyce frequenta dei campi di addestramento militare.

Torna in Italia dopo il 25 luglio del 1943. Con l’armistizio dell’8 settembre comincia la lotta partigiana in Italia, militanza con cui raggiungerà addirittura il grado di capitano! Mentre Roma è occupata dall’esercito nazista, Joyce compie per il Comitato di Liberazione Nazionale, una pericolosa missione di collegamento con il Sud, a seguito della quale dopo la guerra riceverà la medaglia d’argento al valor militare.

A Liberazione avvenuta non si ferma: il lavoro per migliorare il mondo e liberarlo dalle ingiustizie non era finito. Si trasferisce con Emilio in Sardegna, ad Armungia, e Joyce, colta curiosa e appassionata, vuole conoscere questa terra meglio che può, le persone, il territorio, le tradizioni. Vuole conoscere autonomamente l’isola e la sua gente. Incontra i contadini-pastori, gli stessi uomini che erano stati anche soldati della Brigata Sassari sull’Altipiano di Asiago. Parte al mattino presto a cavallo, con due bisacce e dell’acqua per andare ad ascoltare nei villaggi più isolati e desolati i racconti delle vite di quegli uomini e delle loro donne. “Non portarti mai dietro più di quanto puoi tenere in una mano” diceva. Si lega fortemente e sempre più alla Sardegna. Un vero e proprio “innesto”. “Il tempo della vita è la festa quotidiana del flusso, attraverso il corpo, dell’acqua, del calore del sole, del cibo cercato e goduto; è l’insorgere il crescere l’affievolirsi il rinascere di emozioni e di affetti che ci legano agli altri, è il torrente d’idee di pensieri di giudizi di sogni che ogni giorno si riversa nel cervello per essere filtrato negli invasi e nei canali d’irrigazione o espulso come nocivo e inquinato.

Negli anni del Fronte Popolare, nel 1951, è insieme a lavoratrici provenienti da ogni parte dell’isola a Cagliari, per il Primo Congresso delle associazioni differenziate. Joyce fu Promotrice dell’Unione Donne Italiane ma ogni collocazione per lei era stretta. “Dire che dovremmo solidarizzare perché abbiamo tutte una vagina, è un’insensatezza, in quanto prescinde da ogni collocazione storica e politica”. Nel 1953 quindi si distacca dall’UDI perché la considera un serbatoio elettorale subalterno, voluto dai partiti di sinistra che, a suo avviso, avrebbero dovuto lavorare di più sull’integrazione e la partecipazione femminile nella politica. E qui potremmo già dire: però che donna! Ma non ha ancora finito.

In Italia si immerge a pieno nel fermento studentesco del ’68 e tra gli anni Settanta e Ottanta scrive i saggi Padre padrone padreterno (1976) e L’acqua del 2000 (1977). Nel 1982 pubblica una raccolta di racconti dedicati alla civiltà sarda L’olivastro e l’innesto. Si occupa di storia locale, studia e scrive Il libro Perogno, in ci parla della“ Sibilla barbaricina” o, in sardo, tiina (o deina) cioè le divinatrici dell’arte sciamanica della Barbagia. Joyce aveva intuito, anzi sapeva, che il mondo è una grande unica cosa, quello che molti ancora faticano a comprendere. Che siamo un unico grande pianeta. Che tutte le persone sono uguali e hanno uguali diritti. “Ancora oggi la scienza e la tecnologia, nelle loro forme più sofisticate, si dedicano più alla moltiplicazione dei mezzi di sterminio che non all’uso delle risorse del pianeta per la vita e il benessere della maggioranza; e i politici avvallano”. Si occupa poi della poesia “lontana” e, in un certo senso, estranea alla cultura dell’Occidente, quella degli “altri”, dalla quale era fortemente attratta perché la sentiva strumento unico, rapido ed efficace di conoscenza.

Tradusse, quindi, opere di poeti viventi, alternativi, non letterati, spesso provenienti dalla cultura orale: albanesi, curdi, vietnamiti, dell’Angola, del Mozambico, afroamericani, eschimesi, aborigeni australiani. Fu un’avventura, umana e letteraria. Quando incontrò Nazim Hikmet, per la prima volta nel 1958 a un congresso per la pace a Stoccolma. lei non conosceva una parola di turco, lui si esprimeva in un francese sgrammaticato e fantasioso. Divennero grandi amici, così amici che Joyce diventerà la sua prima traduttrice italiana regalandoci l’indimenticabile “Il più bello dei mari”.

Attraverso Nazim, Joyce viene a conoscenza del problema curdo e sarà tra le prime a promuovere la causa (ancora oggi drammaticamente dimenticata o/e sottovalutata) di questo popolo. La fisionomia intellettuale di Joyce è quella di una donna impegnata sul piano estetico, letterario e insieme sempre e anche politico. Per questo compirà un viaggio epico: dopo essere passata indenne attraverso le pastoie della burocrazia irachena e aver ottenuto dal generale Arif in persona un lasciapassare, riuscirà a raggiungere il Kurdistan e conoscerà il popolo che lo abita e i suoi eroi, i resistenti contro il regime Baath: i famosi guerrieri peshmarga, e il mullā rosso Mustafa Barzani. Resistenti e combattenti. Come lei.

Da anziana, instancabile combattente, incontra nelle scuole coloro che chiama “il suo futuro vivente”, riportando i racconti di tutto quanto ha visto e vissuto nella sua lunga e appassionata vita. Joyce muore a Roma il 4 novembre 1998, all’età di 86 anni, con una sigaretta tra le mani al posto del rosario. Ma continua a svolazzarci attorno, travestita da lucciola o farfalla, lei che non si faceva chiamare poetessa.

Tutta questa felicità
non potrà sparire dal mondo
anche dopo il gran tuffo nell’aldilà
continuerà a svolazzarvi attorno
travestita da lucciola o da farfalla
o saltellando sulle stelle
o giocando allo scivolo con le sibille
giù per l’arcobaleno o sul crinale
di un raggio di sole al tramonto
magari danzando sulle punte
lungo una nota musicale.

FONTI
Portrait che, in nuova edizione, con la prefazione di Giulia Ingrao, ha inaugurato la nuova collana “Omero” de L’Asino d’oro edizioni.
Joyce Lussu, Padre, Padrone, Padreterno. Breve storia di schiave e matrone, villane e castellane, streghe e mercantesse, proletarie e padrone, Mazzotta, Milano, 1976.
La grande avventura culturale e umana di Joyce Lussu di Simona Maggiorelli
Federica Trenti Joyce Salvadori Lussu in Enciclopedia delle donne
Joyce Lussu – Una donna nella storia- Centro Studi Joyce Lussu

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