Violeta Parra: un metro e cinquanta di infinito coraggio

Da molti anni una passione viscerale mi lega al Sudamerica che, per me che sono nata con lo sguardo ben delimitato dalle Alpi, è sconfinato in modo quasi inimmaginabile. Sconfinati sono anche i suoi opposti, le sue contraddizioni. È una terra che tutto contiene: i suoni ancestrali dei “bombos” (i tamburi) dei gauchos delle Pampas, il rumore del traffico delle metropoli di oggi, le strade polverose e non asfaltate, la povertà estrema, la ricchezza ostentata, le oppressioni dei regimi dittatoriali, la sofferenza, la gioia estrema, le distese infinite di terra e di ghiaccio, il nulla, il caos più totale, i colori più vivi, la gente che balla, che sorride e che canta… nonostante tutto.

E quando ascolto cantare Violeta Parra, mi rendo conto che quella Donna, così minuta, incarnava con la sua voce e con la sua persona, non solo il Cile, sua terra d’origine, ma tutta L’America Latina: generosa, geniale, ma profondamente inquieta, capace di passare da allegrie irresistibili e a depressioni improvvise, il tutto enfatizzato da forza incredibile. Violeta cantava sola, con la testa china sulla chitarra, vestita semplicemente, i lunghi capelli sul viso segnato dal vaiolo. Il suo era un timbro allo stesso tempo dolce ma graffiante, ogni tanto pareva quasi un lamento; la sua parola era come lei, diretta e senza fronzoli: “Io canto la differenza che c’è tra il vero e il falso, altrimenti non canto”.

La passione per la musica ed il canto ce l’aveva avuta sin da piccola, grazie anche all’influenza del padre che era maestro di musica. Ebbe chiaro per tutta la vita che il suo folclore “non era una sopravvivenza archeologica isolata che si sviluppa come cultura dominata nei confronti di una cultura dominante, ma come un fenomeno culturale vivo che corrisponde a determinate forme sociali e che si trasforma o si annulla in funzione di tale corrispondenza”. Ebbe molto chiaro sempre quale fosse la sua “missione” e questo la portò, spesso, ad andare contro tutto e tutti.

Violeta nacque il 4 ottobre 1917 a San Carlos, un paesino del Sud Est del Cile. La sua famiglia era molto povera e, insieme ai fratelli più piccoli, oltre che ad apprendere il repertorio di canzoni tradizionali dal padre, fece i lavori più disparati per poter sopravvivere, dal vendere frittelle, a pulire le tombe nei cimiteri, a lavorare in un circo. A 15 anni però decise di cambiare vita e di raggiungere con la sua chitarra il fratello maggiore a Santiago del Chile; lì lavorò duro fino ad esordire in un teatro della capitale cilena e incidere i suoi primi dischi di musica popolare. Nel frattempo aveva conosciuto e sposato un ferroviere e sindacalista, dal quale ebbe due figli, Isabel e Angel, che diverranno anch’essi musicisti e accompagneranno la madre nella sua carriera (oltre che nell’esilio in Italia durante la dittatura di Pinochet). Ma Violeta non era certo la casalinga convenzionale che il marito pensava di aver sposato, infatti continuò ad esibirsi, insieme alla sorella, con gruppi teatrali, nei bar, o in programmi radiofonici. Il suo matrimonio entrò presto in crisi, e si separò dal marito. [Faccio notare: era il 1948, in Cile, e lei si separò dal marito per perseguire lo scopo della sua vita…ci voleva una gran forza.]

L’anno dopo si sposò di nuovo, ebbe anche da questo matrimonio due figlie, delle quali una morì poco dopo il parto, e anche questo matrimonio entrò ben presto in crisi. Dopo la morte della figlia, aveva bisogno di trovare altri modi di espressione; cominciò allora un’attività frenetica che la portò a dedicarsi anche ad altre forme artistiche che negli anni divennero fondamentali per lei: la pittura, la scultura e la tessitura di arazzi.

I primi successi, che la fecero conoscere in tutto il Cile, arrivarono soltanto negli anni ‘50. Ma la svolta vera e propria avvenne quando, su consiglio del fratello poeta, si spinse a cercare la propria strada fuori dai percorsi battuti dal folclore tradizionale: decise di mettersi in viaggio, il suo “viaje infinito” per l’immenso Cile. Quella piccola donna armata di quaderni, di penne e di un registratore, da sola o accompagnata dai figli, percorse il paese in lungo e in largo alla ricerca delle radici musicali del suo popolo. Fu un lavoro enorme e faticoso (immaginatevi le strade del Cile negli anni ‘50), che durò anni, nel quale recuperò miriadi di canzoni popolari direttamente dalla voce dei contadini. Questo lavoro sfociò in alcune raccolte di canzoni popolari, ma soprattutto rese Violeta più agguerrita che mai: le diede infatti la forza per intraprendere quella che nella sua vita sarà una lotta senza tregua per ottenere riconoscimenti, sostegni e finanziamenti. Con la sua tenacia lotterà per anni contro le burocrazie, contro l’insensibilità di un certo pubblico e subirà numerose sconfitte che, in qualche modo, finiranno per incominciare a logorarla.

Negli anni ‘60 si avvicina al Partito Comunista Cileno, scrivendo canzoni estremamente rivoluzionarie e anticlericali, che ovviamente non furono ben viste nel paese. In questi anni scelse di vivere in Francia: si sentiva più apprezzata all’estero che nel proprio paese, e non solo per la sua musica, ma anche per tutta la sua arte: i suoi quadri ed arazzi furono infatti esposti anche al Louvre. Qui strinse una relazione con quello che diventerà il grande amore della sua vita, il musicologo svizzero Gilbert Favré, al quale dedicherà alcune delle sue più famose canzoni d’amore (come “Corazon Maldito” poi interpretata dagli Inti-Illimani).

Nel 1965 tornò in Cile, e spese tutte le sue energie per far costruire un tendone da circo nei sobborghi di Santiago, chiamato “Il circo della Regina”, che avrebbe dovuto diventare un importante centro di cultura folcloristica, gestito insieme a tutti i suoi figli. Ma il progetto si rivelò un fallimento, non ebbe l’appoggio del suo popolo, ed i costi si rivelarono troppo elevati. Questo la gettò in una profonda depressione, aggravata anche dalla rottura della relazione con Gilbert. Soffrì moltissimo ma, almeno apparentemente, parve non abbandonarsi alle crisi depressive e continuò a lavorare; in quel periodo scrisse l’indimenticabile “Gracias a la vida” e la incise insieme ad altri capolavori. Non arriverà però mai a cantarle al grande pubblico.

L’America Latina è piena di martiri uccisi dal potere politico e le canzoni e la poesia hanno sempre avuto una funzione importantissima per le battaglie socio-politiche. Ma Violeta Parra non è stata uccisa da nessun potere, Violeta, alle soglie delle rivoluzioni del ‘68, non ebbe più la forza di lottare un’altra volta né per suoi progetti, né per il suo amore, né per i diritti del suo popolo, si è uccisa da sola, con un colpo di pistola alla tempia, seduta su una piccola sedia che una fan aveva costruito appositamente per lei, dato che era alta poco più di un metro e cinquanta. Poco prima si era esibita sul palco cantando proprio “Gracias a la vida”…

(E.N.)

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