“La Grande Époque!” che comincia lasciando fuori le donne.

Ahhhh, le avanguardie del ‘900! Rivoluzione, velocità, strappo, rottura, ricerca del nuovo, sperimentazione, rinnovamento, meccanizzazione e … misoginia.

Già, perché in tutto questo fermento di inizio ‘900 di preparazione a “la grande époque qui vient de commencer”, ci fu ben poco spazio per le donne. Non che non ci fossero talenti, come sempre c’erano eccome, ma lo spazio per loro non esisteva o proprio non gliene veniva fatto, soprattutto nelle “arti” considerate più maschili.

Vi faccio un esempio: Parigi, 1920.

Il giovane e promettente architetto Charles Eduard Jeanneret, detto Le Corbusier, arriva a Parigi e si stabilisce al 20 di rue Jacob (sì, era il vicino di casa di Natalie Clifford Barney). Nello stesso anno incomincia a partecipare con i suoi scritti “rivoluzionari” a L’Esprit Nouveau, la rivista d’avanguardia appena fondata da Paul Dermée, dove si parlava non solo di architettura, ma anche di pittura, di fotografia, di letteratura, di scultura, di estetica, di scienze, di medicina e psicologia.

Li ho sfogliati tutti e ventotto i numeri dell’Esprit Nouveau e ho visto i nomi di Apollinaire, Gide, Cocteau, Proust, Rimbaud, Baudelaire, D’Annunzio, Cardarelli; e poi ancora Cézanne, Matisse, Picasso, Derain, Gris, Léger, Ozenfant, Satie e moltissimi altri, ma – ve lo assicuro- compaiono solamente tre (e dico tre!) donne con alcuni brevissimi scritti; sono Céline Arnauld, scrittrice dadaista, nonché moglie di Dermée, che collaborava alla rubrica “letture” consigliando nuovi libri (scritti da uomini ovviamente); Marie Hollebecque, educatrice, con un articolo sull’educazione nelle scuole, e una poeta polacca Halina Izdebska, che scrisse di teatro ma delle sue poesie non c’è traccia.

E non c’è incredibilmente traccia di Gertrude Stein: chi più di lei sperimentò sull’uso della parola? Chi più delle donne che popolarono la rive gauche in quegli anni diede uno strappo alle convenzioni, ai costumi patriarcali, all’arte, alla scrittura dell’ancien régime?

Alcune tra queste donne si ‘scontrarono’ più o meno apertamente con gli atteggiamenti misogini delle avanguardie. La libraia Adrienne Monnier divenne subito ostile al Surrealismo capeggiato da Bréton, intuendone la misoginia di fondo. “Le donne giocavano un ruolo infimo nello schema delle cose surrealista. Nonostante tutto il loro desiderio di vivere in modo anticonvenzionale e di sconvolgere la borghesia, i surrealisti avevano idee estremamente convenzionali, addirittura tradizionali sulle donne. Nessuna scrittrice o pittrice si fece avanti per partecipare alle loro idee o firmare i loro manifesti.”.

Anche Mina Loy fu attratta dal Futurismo, ma quello che non la convinceva della filosofia di Marinetti era il fatto che combatteva “le mal avec le mal”; per controbattere la misoginia del manifesto del futurismo, Loy scrisse Feminist Manifesto invitando le donne a “smetterla di guardare agli uomini per scoprire quello che non siete – cercate dentro voi stesse per scoprire quello che siete”.

Ora spostiamoci in Germania. Vi faccio un altro esempio: Weimar, 1919.

L’architetto Walter Gropius fondò il Bauhaus, una scuola che divenne l’istituzione formale più influente del XX secolo per l’architettura, il design, la pedagogia dell’arte, la scultura, la pittura, l’arte applicata e l’artigianato; vi insegnarono, tra gli altri, Klee, Kandinsky, Mies van Der Rohe, Breuer. Fu una scuola in cui – recita il suo manifesto – verrà fondata “una comunità di lavoro di abili artisti-artigiani che lavoreranno in perfetta unità d’intenti e comunanza di concezione artistica alla realizzazione di opere architettoniche in tutta la loro complessità di aspetti”. Lo stesso manifesto recita anche: “Non ci deve essere alcuna differenza tra il sesso più bello e quello più forte”. Quindi (anche se l’espressione usata può essere oggi discutibile), veniva proclamata l’assoluta uguaglianza tra uomini e donne.

Chissà che cosa deve aver pensato la talentuosa ventenne Gertrud Arndt, quando, piena di ottimismo e speranze e vincitrice di una borsa di studio, si recò al Bauhaus per iscriversi al corso di architettura, e le venne detto che per lei l’unico corso disponibile era quello di tessitura. Non che fosse sola in quel corso, infatti la maggior parte delle studentesse veniva “invitata” a seguire i corsi di materie presumibilmente “femminili” , come la tessitura o la ceramica.

autoritratti di Gertrud Arndt

La fondazione del Bauhaus nel 1919 coincise con l’inizio della Repubblica di Weimar, con la prima elezione in cui le donne potevano votare. Quindi pare che anche Gropius si unì a gran voce a questa “apertura” nei confronti delle donne: le donne non potevano non partecipare al Bauhaus, brillante istituzione di modernità, in anticipo sui tempi sotto ogni aspetto. Certo … solo che quando, nel primo semestre, la percentuale di donne iscritte diventò molto più alta di quella che poteva andare bene a Gropius, lui fece retromarcia. Negli anni successivi il numero fu pressato, e le ragazze dirottate verso i corsi per cui erano sicuramente “più portate”.

gli insegnanti del Bauhaus (Bauhaus Archiv)

Pare che le cose cambiarono un po’ quando alla direzione, sempre insieme a Gropius, arrivo Lázló Moholy-Nagy (fotografo ungherese), che si prodigò perché le studentesse ricevessero maggiore libertà. Incoraggiò una di queste, Marianne Brandt, ad unirsi al laboratorio di metallo. Marianne, oltre che diventare negli anni successivi, una delle pochissime insegnanti donna della scuola, diventò una delle più importanti designer industriali degli anni ‘30, e non solo (alcuni dei suoi oggetti sono ancora prodotti oggi da Alessi).

Marianne Brandt e il suo set da té e caffè (foto di Lucia Moholy, Bauhaus Archiv)

A tutte le altre, che divennero più o meno famose, toccava sempre il pre-corso di tessitura, e i laboratori più ambiti, come architettura o fotografia, rimasero sempre un sogno. Tra le tante si distinsero Anni Albers, e Gunta Stölz (che diventò anche insegnante) che sì, furono obbligate al corso di tessitura, ma i loro lavori, tessuti e tappeti, erano opere d’arte e oggi fanno parte di collezioni e sono esposte in musei.

Anni Albers (a sinistra) e Gunta Stölz con i loro tappeti

Moholy-Nagy pareva quindi essere di più ampie vedute del suo predecessore Johannes Itten. Non per rompergli le uova nel paniere…  ma si dà il caso che avesse anche una moglie, Lucia Schulz. Raffinata intellettuale, laureata in filosofia e storia dell’arte, che visse un’intensa vita privata e professionale su diversi fronti, come fotografa, come insegnante e scrittrice. Lucia scattò per il marito fotografie che divennero celebri e scrisse testi che furono sempre attribuiti esclusivamente a lui. Suoi sono gli scatti di rappresentanza della scuola del Bauhaus per l’apertura della nuova sede, e di alcune opere di design ì progettate, come i servizi da tè di Marianne Brandt.

Lucia (Shultz) Moholy e immagine del Bauhaus a Dessau (foto di Lucia Moholy – Bauhaus Archiv)

Quindi, credo che alla fine abbia ragione Viginia Woolf (come sempre). Nel 1929, in Una stanza tutta per sé, diceva: “Ecco perché Napoleone e Mussolini sostengono con tanta veemenza l’inferiorità delle donne; perché se queste non fossero inferiori, gli uomini cesserebbero di ingrandirsi. Questo serve a spiegare in parte il bisogno che tanto spesso gli uomini sentono delle donne. E serve a spiegare la misura del loro disagio se colpiti dalla critica femminile; l’impossibilità per la donna di dire questo libro è brutto, questo dipinto manca di personalità, o qualunque altra cosa, senza suscitare molto più dolore e molta più rabbia di un uomo che esprimesse le stesse critiche. Perché se lei comincia a dire la verità, la figura nello specchio si rimpicciolisce; viene diminuita la sua idoneità alla vita.

E “la Grande Époque” è proseguita e finita … e le donne ancora cercano la loro Epoca di Velluto, un’epoca morbida ed accogliente.

Le ragazze del Bauhaus (foto Bauhaus Archiv)

Fonti:
– L’Esprit Nouveau, rivista, numeri da 1 a 28. Portale Cité de L’Architecture
– Le Corbusier, Vers une Architecture, Éditions Crès, Collection de “L’Esprit Nouveau”, Paris, 1923
– Shari Benstock, Donne della Rive Gauche, Somara!Edizioni, 2018
– Bauhaus 1919-1933. Da Klee a Kandinsky, da Gropius a Mies van der Rohe. Catalogo della mostra (Milano, 1996)
– G.C.Argan, Walter Gropius e la Bauhaus, Einaudi, 2010
– articolo: Female pioneers of the Bauhaus NY Times
– articolo: Haus proud: The women of Bauhaus Guardian
Sito Bauhaus
sito Bauhaus 100

No Comments

Post a Comment