Nathalie o dell’invidia femminile

Trovo giusto e necessario parlare del film dei fratelli David e Stéphane Foenkinos, a partire dalla stringente chiarezza del titolo francese, Jalouse, senza badare alla traduzione italiana, in questo caso più stupida e offuscante del solito (Il complicato mondo di Nathalie).

È la storia di una donna parigina alle soglie dei 50 anni che sprofonda in una crisi, totale quanto improvvisa, di insicurezza esistenziale e invidia nei confronti del mondo umano che la circonda. Dotata di indiscutibili qualità e vantaggi, intelligenza, umorismo, stile, bellezza, di buona amica, di una professione che ama e di benessere economico, Nathalie si sente tuttavia esclusa dalle benedizioni della vita: privata di ciò che secondo lei dà senso alla vita degli altri, non riesce a intravvedere un senso diverso per sé. Non ha un compagno, così invidia l’ex marito, da cui è pacificamente separata, e la di lui nuova compagna (ovviamente più giovane), riuscendo con una astuta trovata a rovinare un loro progetto di viaggio insieme; allontana un uomo sinceramente interessato a lei, e che le piace, accusandolo a torto di insidiarle la figlia; guasta il rapporto con l’amica di una vita perché non sopporta che porti avanti un matrimonio ventennale accettandone i compromessi; si aliena infine l’amore della giovane e talentuosa figlia sabotandola inconsciamente e rischiando di rovinare la sua aspirazione a una carriera di ballerina classica. Procurandosi così la sofferenza e il rimorso che la conducono al crollo finale.

Che arpia questa Nathalie!, – verrebbe da dire. E invece no. Per tutto il film, grazie anche alla meravigliosa attrice Karin Viard, questo personaggio ci tiene legate con la sua incessante vitalità che si agita malamente e a casaccio, sperimenta l’acuta mancanza di cose che non ci sono più (la giovinezza, l’idea di avere tutta la vita davanti a sé, l’amore tenero di un bel ragazzo); straborda nell’invidia senza remore, passa all’azione vergognosa per procurarsi un momento di vendetta immediata e liberatoria. Liberatoria anche per noi che guardiamo. Si ride anche in molti punti, della dabbenaggine con cui spreca se stessa ma anche della leggerezza con cui compie certe azioni perfide che alla luce del sole noi non oseremmo mai. Che io non oserei.

Amo questo film perché provvede un materiale su cui secondo me abbiamo molto bisogno di lavorare. Agli inizi del femminismo della seconda metà del ‘900, il pensiero femminile ha postulato la necessità di prendere su di sé e attraversare la miseria simbolica in cui tutte ci trovavamo per essere nate e cresciute in un sistema politico-sociale di segno patriarcale: livellate dall’inferiorità assegnataci dal potere maschile eravamo destinate all’invidia collettiva verso il soggetto autoproclamatosi al potere e, individualmente, verso quelle nostre simili a cui quel potere conferiva maggior valore. Si trattava dell’intuizione che fosse imprescindibile assumere l’invidia come parte dell’eredità storica femminile per poter accedere a un processo di liberazione. Un passaggio assai doloroso, perché oltre alla formulazione teorica richiede un viaggio personale nella profondità delle nostre mancanze, per riconoscerle, nominarle e familiarizzare con esse. Questa è per me l’essenza di ciò che il femminismo ha chiamato “autocoscienza”. E insieme ne incarna l’assoluta originalità delle pratiche: la scoperta della relazione tra donne come pratica personale e politica capace già in sé di produrre libertà e cambiamento. Per questo il femminismo è l’unico movimento rivoluzionario apparso nella storia umana in cui le relazioni, e non solo le azioni collettive ed esterne, assumono coscientemente un’importanza cardinale. E che offre a ciascuna donna la possibilità, qualora si sia in grado di accoglierla, di una trasformazione interiore profonda. Originalità e radicalità del femminismo nei suoi momenti fondativi.

Oggi che viviamo una contingenza storica molto grave, in cui i rigurgiti del patriarcato si esprimono con tale efferata violenza che non può non spaventarci, è utile secondo me ritornare ai momenti aurorali del processo di libertà femminile per riprenderli e ripensarli. Per riflettere sui guasti che l’invidia negata ha causato nella nostra esperienza di relazione con le altre, nelle nostre amicizie e nelle nostre vite. Per non parlare dei rapporti tra madri e figlie, dove il ruolo giocato dall’invidia sarebbe in gran parte da indagare. Perciò accolgo con favore l’invidia sofferta e vissuta da Nathalie, perché le permette di superare un blocco in cui molte biografie femminili rimangono impantanate. E benvenga la sensibilità dei registi, due uomini intelligenti che hanno intuito qualcosa di vero che ci riguarda. Magari senza coglierne appieno il significato e le conseguenze, ma riuscendo a costruire una narrazione che noi possiamo godere e utilizzare a nostro vantaggio. (C.S.)

1 Comment

  • Alessandra Berardi Arrigoni

    Rispondi 30 ottobre 2018 1:06

    Grazie, Cinzia Soldano, illuminante come al solito.
    L’invidia femminile aveva anche una sua réclame, negli anni 1960: Olivella e Maria Rosa… Chi se le ricorda?
    Riflettendo in libertà… Provare una piccola invidia può essere uno stimolo creativo, mentre l’invidia livorosa è un’energia distruttiva per le relazioni e le società.
    E per scherzarci sopra: “Era invidiosa anche delle delle mie invidie”.

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