Autobiografie dai margini: Lucia Engombe e Stefanie Lahya Aukongo si raccontano

Autobiografie dai margini: Lucia Engombe e Stefanie Lahya Aukongo si raccontano

La sera del 9 novembre 1989 cadeva il muro di Berlino, mettendo simbolicamente fine al sistema bipolare che aveva caratterizzato la guerra fredda, e segnando il declino della Repubblica Democratica Tedesca. Durante la stessa settimana, dall’altra parte del mondo, in Namibia, si iniziava a respirare una nuova aria di libertà, con lo svolgersi delle prime elezioni libere, primo passo verso l’indipendenza della Namibia dal Sudafrica, proclamata ufficialmente il 21 marzo 1990. Due cambiamenti radicali dunque, che, in modo diverso, aprirono un nuovo capitolo della storia. La caduta del muro di Berlino poneva fine a decenni di tensione mondiale. Le prime elezioni libere in Namibia ponevano fine al colonialismo del continente africano e all’occupazione illegale della Namibia da parte del regime razzista sudafricano. Una coincidenza storica attorno alla quale ruota la vita di due donne namibiane cresciute nella DDR, Lucia Engombe e Stefanie Lahya Aukongo.

Con Kind Nr. 95: Meine deutsch-afrikanische Odyssee – l’autobiografia di Lucia Engombe – e Kalungas Kind: meine unglaubliche Reise uns Leben – l’autobiografia di Stefanie Layha Aukongo – le due donne ci forniscono una preziosa testimonianza di un capitolo poco conosciuto della storia. Siamo negli anni della guerra di liberazione della Namibia dall’occupazione sudafricana, dichiarata illegale dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dalla Corte Internazionale di Giustizia. Una guerra che vide la nascita di diversi movimenti di lotta per la liberazione, tra i quali la SWAPO (South West African People’s Organization), che a partire dagli anni Sessanta adottò la strategia della lotta armata come unico strumento funzionale alla liberazione del paese. Siamo anche negli anni della guerra fredda, che vide la presenza di un sistema bipolare come unica soluzione all’antagonismo tra USA e URRS, un antagonismo radicato in differenti ideologie, che tuttavia mai si materializzò in guerra aperta. Questa silenziosa battaglia ebbe comunque risonanza a livello globale e soprattutto nel Terzo Mondo, terreno in cui le superpotenze conducevano il loro gioco strategico per portare avanti i loro interessi personali. In questo contesto, anche la Namibia divenne teatro del conflitto tra i due blocchi, e la questione dell’indipendenza si qualificava dunque soltanto come un piccolo pezzo del puzzle all’interno del più grande scenario della guerra fredda. Uno scenario in cui i protagonisti potevano scegliere se appoggiare la causa namibiana, ma avevano anche la possibilità di perpetuare tacitamente il potere sudafricano non prendendo concrete azioni contro di esso allo scopo di prevenire il raggiungimento dell’indipendenza sotto un governo di tipo socialista come era la SWAPO.

Durante questi anni, il rapporto tra Namibia e Germania, paesi la cui storia si era già intrecciata ai tempi del colonialismo tedesco, venne rafforzato dal patto di solidarietà stretto tra la SWAPO e la SED, partito socialista della Repubblica Democratica Tedesca. Da un lato, infatti, la SWAPO portava avanti la sua dura battaglia contro il regime razzista sudafricano. Dall’altro lato, la Germania dell’Est, seguendo il principio socialista della solidarietà antimperialista, si impegnava a supportare i popoli in lotta per la libertà, tra i quali appunto quello namibiano.

Lucia Engombe e Stefanie Lahya Aukongo sono due donne namibiane che, in un modo o nell’altro, furono soggette al patto di solidarietà stretto tra la Germania orientale e la SWAPO. Circostanze storiche le portarono a vivere sospese tra due mondi, come piccole pedine negli interstizi della storia. Lucia Engombe ha fatto parte di quel gruppo di bambini oggi conosciuti come DDR-Kinder von Namibia, i quali, in virtù del principio di solidarietà che legava la Namibia alla Germania dell’Est, vissero la loro infanzia in Germania orientale. Dopo il massacro di Cassinga, uno dei più brutali attacchi perpetrati dalle forze sudafricane ai danni di un campo profughi situato a nord del confine tra l’Angola e la Namibia, la DDR si dichiarò disponibile a fornire un ulteriore supporto, offrendo cure mediche ai sopravvissuti ed accogliendo ottanta bambine e bambini all’interno del suo territorio. In tutto, tra il 1979 e il 1990, circa 430 bambini trascorsero una buona parte delle loro vite in Germania orientale, dove ricevettero un’educazione socialista che li avrebbe preparati a costituire la futura élite della Namibia libera.

Stefanie Lahya Aukongo ha avuto un’esperienza diversa. Nacque a Berlino Est nel 1979 con un’emiparesi spastica cerebrale a causa delle gravi ferite riportate dalla madre che, durante la gravidanza, visse l’inferno di Cassinga. Per le sue condizioni, Stefanie non rientrava nei parametri per poter far parte di quel gruppo dei bambini che avrebbe dovuto costituire la futura élite, e fu dunque adottata e cresciuta da una famiglia tedesca a Berlino, dove vive tutt’oggi.

In Kind Nr. 95, Lucia Engombe racconta la sua storia, lasciando una sensazione di amarezza al lettore, il quale percepisce il disorientamento di una piccola ragazza in balìa di un sistema politico che ha stravolto completamente la sua vita. Lucia Engombe, insieme con altri bambini, arrivò nella DDR nel 1979 quando aveva sette anni, e fu costretta a tornare in Namibia nel 1990, poiché le coincidenze storiche del periodo non giustificavano la sua presenza all’interno di un panorama politico completamente stravolto. «A poco a poco, il mondo attorno a noi stava cambiando» – ci racconta Lucia – «In Germania, nell’estate del 1989, divenne evidente che uno stato si stava lentamente dissolvendo, e in Africa uno ne stava nascendo. Noi eravamo direttamente coinvolti in entrambi».

Quella di Lucia è la storia di una doppia migrazione, di un doppio spaesamento. Lucia dovette infatti affrontare il distacco dalla sua terra per ben due volte: nel 1979, quando lasciò la sua famiglia ed atterrò in Germania, e nel 1990 quando, dopo aver completato il processo di assimilazione, fu costretta a tornare in Namibia, lasciando così quella che era ormai diventata la sua casa. La doppia migrazione di Lucia rende ancora più difficile il processo di formazione della sua identità, divisa in due: da un lato un paese di cui non aveva mai avuto esperienza, la Namibia, e dall’altro un paese, la Germania dell’Est, che dopo la riunificazione aveva cessato di esistere. Il ritorno in Namibia fa piombare Lucia in uno stato di confusione, in cui fatica a trovare se stessa: «Chi ero io, comunque? […] Un camaleonte? A volte bianca, a volte nera? Che colore avrei dovuto avere? Perché mi hanno trasformata in una persona bianca se ora mi vogliono di colore? Perché volevano che io appartenessi all’ “élite del futuro” se ora mi hanno dimenticata in questa fattoria?». Accanto a considerazioni di tipo personale, Lucia Engombe fornisce al lettore tutte le informazioni utili a comprendere il panorama storico all’interno del quale la sua esperienza prende posto, dando la testimonianza di una vita vissuta sotto la protezione della SWAPO all’interno di un paese socialista durante gli ultimi anni della guerra fredda.

L’autobiografia di Lucia Engombe è in qualche modo intrecciata a quella di Stefanie Lahya Aukongo, che cresce circondata dall’amore della sua famiglia adottiva tedesca, la quale, in virtù del principio di solidarietà, lottò per averla con sé, poiché le sue condizioni non l’avrebbero fatta sopravvivere in un luogo dove infuriava la guerra. Kalungas Kind ci racconta dunque la storia di Stefanie Lahya Aukongo, fornendoci un’altra grande testimonianza di vita di una donna che, anche in questo caso, si ritrova in costante ricerca della propria identità e delle proprie radici. Stefanie cresce a Berlino Est, e continua a vivere in Germania anche dopo la caduta del muro, intraprendendo di tanto in tanto viaggi verso la Namibia, a lei sconosciuta, in cerca del proprio passato. Di quel gruppo di bambini di cui fa parte anche Lucia Engombe, Stefanie dice: «avevo condotto una vita completamente diversa nella DDR. Su un punto, tuttavia, le nostre esperienze erano simili: ovunque noi fossimo, non ci saremmo mai sentiti realmente a casa». Se la prima parte della sua autobiografia è la ricostruzione della sua infanzia attraverso i ricordi di persone a lei vicine, la seconda parte è il racconto di una donna in costante ricerca di sé. Domande sulla sua nascita, sul suo passato, su quello che sua madre passò a Cassinga percorrono l’intera narrazione, che termina con la loro risoluzione, come se l’autrice volesse chiudere un cerchio.

Kind Nr. 95 e Kalungas Kind sono dunque storie di un viaggio sia fisico che metaforico. Storie di un viaggio nella coscienza di donne alla ricerca di sé, di donne che con la scrittura autobiografica cercano di dare un senso alla propria vita, la cui unitarietà è stata messa in crisi da condizioni storiche ingovernabili che hanno contribuito alla formazione delle loro identità transculturali. Kind Nr. 95 e Kalungas Kind forniscono allo stesso tempo una memoria storica e una memoria individuale, intrecciando il contenuto storico-politico alla narrazione intima del soggetto autobiografico. La memoria che emerge dalle loro autobiografie è in qualche modo memoria diasporica, ma anche memoria coloniale e post-coloniale, nonché memoria del mondo scomparso del socialismo reale tedesco.

Per questo, le loro autobiografie forniscono uno strumento prezioso per indagare tale periodo storico dalla prospettiva di donne che sono state protagoniste involontarie della storia. Le vite (stra)ordinarie di queste donne comuni aiutano a popolare il panorama storico con volti umani facendo emergere con forza la voce di subalterne poste ai margini della storia. Le vite di queste due donne si possono dire globali in quanto modellate da sconvolgimenti storici su scala globale. La loro nascita, la loro infanzia e la loro adolescenza, furono determinate da attori politici che presero decisioni per loro. Nel caso di Stefanie, tale decisione le salvò la vita. Nel caso di Lucia, l’accordo politico che ha governato la sua vita ha provocato in lei disillusione e frustrazione, facendola dubitare del senso stesso della sua intera storia. Le loro vite globali forniscono la prospettiva di individui marginali che hanno subìto la Storia, ritraendo le esperienze di soggetti subalterni che non hanno potuto determinare a pieno la direzione della propria storia. Eppure, qui, la subalternità si riscatta con la scrittura autobiografica, tramite la quale è possibile operare un ripensamento delle più grandi categorie. Lucia Engombe e Stefanie Lahya Aukongo ci permettono di fare questo, ci permettono di portare alla memoria una Storia che, raccontata attraverso la voce di donne comuni, si carica di nuovi significati. (A.P.)

Riferimenti bibliografici:
Engombe L., Hilliges P. (2014), Child No. 95, My German-African Odyssey, brainstorm-berlin.de., e-book edition;
Aukongo S. L., Hilliges P. (2013), Kalungas Kind: meine unglaubliche Reise uns Leben, brainstorm-berlin.de, e-book edition.

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