Nella Nobili: Io mi rallegro e canto come un merlo

Tra le molte donne scomparse della letteratura italiana, cancellate dal canone, cadute dalla memoria, escluse dalle antologie scolastiche, una rimozione costante che continua a ripetersi, c’è anche Nella Nobili, poeta bolognese nata il 6 gennaio 1926, esattamente cento anni fa.

La poesia di Nella, è “un corteo di colori indicibili”.

“Amo le cose perché le sento fatte della mia stessa pasta, amo le forme e i colori qualsiasi essi siano perché assumono nella memoria contorni e colori simbolici legati strettamente al ricordo dei momenti vissuti. Amo le bestie, tutte, perché palpitano, cioè hanno un cuore che batte. Ma più di tutto amo le persone, tutte, perché sanno pensare e perché, guardandoti, la tua immagine suscita in loro un pensiero e il pensiero, anche il più fuggitivo resta nella memoria di quella persona – di milioni di persone e noi viviamo così una meravigliosa vita segreta, in mille luoghi e sotto mille aspetti diversi.”

È vita quella che ti investe, come un tram, quando la leggi. La poesia di Nella Nobili riesce a raggiungerti. Non fai in tempo a comprenderla che già lei ha compreso te. Come se ti incorporasse. La sua è decisamente una poesia sensista, che ti penetra e ti scompone, come i suoi versi. Nella Nobili non fa della parola carne, lei usa la parola in quanto carne, perché per Nella la parola non è era meno reale e “fisica” delle labbra che soffiano il vetro incandescente, dell’aria dei polmoni che vi entra, del caldo insopportabile che ti brucia i bronchi e di quelle mani che, alla fine dei giochi, fanno di quel magma fuso un manufatto artigianale di vetro soffiato unico e irripetibile.

L’uomo vede
perché ha l’anima negli occhi e nella bocca e nelle mani
e in ogni parte del corpo.
Per questo l’uomo soffre

Me la immagino così, rannicchiata in un angolo della piccola cucina che era la sua camera da letto, al lume di una candela, o nel cortile della fabbrica durante i momenti di pausa, senza altra guida che il suo stesso intuito. Nella Nobili non si è fatta da sé, come dicono molti. Lei era già, non aveva bisogno di farsi, solo di scrivere.
Da adolescente un vicino di casa le presta dei libretti d’opera e vari romanzi. Inizia a frequentare le biblioteche. Conosce il pittore Aldo Borgonzoni e pian piano si fa strada nei circoli degli intellettuali e degli antifascisti bolognesi: conosce Giorgio Morandi, che le dimostra stima e le regala persino un quadro da vendere, in caso di bisogno economico. Frequenta Giuseppe Lipparini (critico letterario, allievo di Carducci, personaggio influente della vita culturale bolognese) e diventa amica della figlia Lilla. Giuseppe le permette di frequentare i suoi corsi extrauniversitari e la sua biblioteca. Frequenta la casa di Renata Viganò e Antonio Meluschi in via Fondazza. Non appena si accosta alle fonti più limpide della nostra cultura e conosce pensatori e poeti, la poesia sgorga da lei naturalmente, come dalla fonte l’acqua chiara e limpida. Nella fa una poesia dritta, trasparente, sincera, senza ammiccamenti o fronzoli.
Viene da una famiglia di condizione umile, Nella. Figlia di Giuseppe, muratore e di Cesira, che fa la sarta, è costretta a lasciare la scuola dopo il diploma elementare per lavorare in fabbrica, iniziando ad appena dodici anni. Prima in un laboratorio di ceramica e poi soffiatrice di vetro in una fabbrica di medicinali.
Tra le prime poesie di Nella ce ne sono molte che raccontano questi anni.

Se magari
Si potesse fermare il frastuono delle macchine
Sentirei la voce delle mie compagne
Cantare le canzoni della vita
Canzoni d’amore di tutti i giorni
Se magari si potesse
Quelle voci che cantano sono fresche e soavi
Se magari si potesse fermare
La voce della fabbrica. Se magari
(Da Ho camminato nel mondo con l’anima aperta, a cura di Maria Grazia Calandrone, Solferino, 2018)

Lavora dieci-dodici ore in fabbrica, tra il calore del vetro e i fumi di monossido di carbonio, la polvere, la promiscuità. È una esperienza durissima, durante la quale Nella osserva, scrive, non perde una goccia di quella realtà difficile e faticosa in cui è immersa e che la segna profondamente e che ritorna nelle immagini dolorose nella sua opera poetica.

Dieci dodici ore al giorno bisogna lavorare
Quando la testa non risponde più quando gli occhi si appannano
Gira la cinghia della macchina bisogna lavorare.
Bisogna lavorare sotto la luce elettrica
Quando fuori c’è un sole radioso
Bisogna lavorare quando da una finestra aperta
(E richiusa alla svelta) entra un soffio d’aria leggera
Che dà alla testa come un vino novello
Bisogna lavorare quando la febbre mozza le braccia Le ginocchia e il cuore
Bisogna lavorare quando fuori è festa
Bisogna… bisogna… A che serve… Bisogna
Lavorare quando il lavoro aspetta

(Da Ho camminato nel mondo con l’anima aperta, a cura di Maria Grazia Calandrone, Solferino, 2018)

Nelle pause del lavoro o di notte, legge, studia, si fa una cultura. Impara persino, da sola, la lingua tedesca per poter leggere Rilke nel testo originale.
Quella di Nella Nobili è una biografia segnata dall’esigenza di leggere e soprattutto di scrivere. Per lei scrivere è mettersi, letteralmente metter-sé, su carta. È assorbire quanto la circonda e restituircelo con parole che scopri potrebbero essere le tue se solo riuscissi a penetrare il vero così come lei riesce a fare.

Nella lo sa, la sua infanzia è dura ma non eccezionale: è l’infanzia dei proletari. Che lascia segni anche quando si riesce ad emanciparsi. Un momento cruciale, racconterà, è stato scoprire la poesia di Ada Negri.

UN INVERNO MITE
Ma per noi che portiamo nel sangue
Il freddo di tanti inverni
Patiti senza scarpe
E senza legna da accendere il fuoco —
Per noi che portiamo nelle ossa
Il freddo di tante generazioni —
Questo inverno senza neve
Mite come una pecora
È una vera benedizione.

Legge e scrive. Legge Rilke, Dickinson, Katherine Mansfield, Ada Negri, e si avvicina, così, alla letteratura fino a diventarne parte.
Il suo primo libro si chiama semplicemente Poesie e non parla di fabbrica. Contiene però molti versi per Rossana. Nella ama le donne e non vede perché nasconderlo. Le sue poesie d’amore sono per me tra le più belle e intense.

LETTERA A ROSSANA
Così cantava la mia perla accesa
Nella conchiglia come una lacrima
Rossana, io vengo da un’altra terra
Dove il sole ferisce a morte per il suo calore
Dove nei campi infuria un’estate perfetta
E l’erba allegra canta come una bionda ragazza
E l’odoroso fieno è sacro come un Dio.
Rossana vuoi venire nella mia terra?

L’ANGELO
Non posso tornare Angelo –
mi hanno toccato le donne
E nel buio delle sere estive
Ho spento le lucciole nei campi
Non posso tornare Angelo.
Chi può farmi vergine la fronte –
chi gli occhi chiari – chi serena la mente –
E i sogni, dove prenderli?
Nessun amore mi torna
Se non violento di cupa tristezza.
Non posso tornare Angelo.
Anche la morte mi ha toccato in fronte.

Poesie, del 1949, raccoglie recensioni lusinghiere ed è finalista al Premio Viareggio. Nella allora lascia Bologna e si trasferisce a Roma

Eppure ti amavo città di carne
Della mia infanzia perché per me eri
Insieme meraviglia e sofferenza.

Nella capitale conosce Sibilla Aleramo, che la incoraggia e sulle pagine de “l’Unità” scrive: «Nella Nobili, ch’è stata fino a pochi mesi fa un’operaia autodidatta e, giovanissima, testimonia di balzo un temperamento eccezionale, per sensibilità, forza, vera genialità».
Ma Roma non fa per lei. Non trova una dimensione sua. La sente come una «città dalle mille vene e dalle mille catene arrugginite», «sempre sontuosa, bugiarda, ingannevole», così decide, per conciliare la propria vita e il proprio ideale, di fare le valigie e partire per l’estero. Verso la Francia.
Per farlo, dopo essere andata via da Bologna e anche da Roma, si sradica nuovamente e si trasferisce a Parigi, dove metterà radici.

Dall’esterno all’interno non c’è che un passo
Uno sradicamento
Squarci di cielo d’odori di ciuffi d’erba di lumache
Incollate alle suole ai polsi ai capelli
Del sonno tiepido delle ginocchia indolenzite.

Più lontano. Bisogna
Andare più lontano. Da noi
Da voi da questi orizzonti
Da queste case da questi rumori
Da questi pianti da queste grida
Più lontano da questa vita. Bisogna
Andare più lontano.

Quando Nella arriva a Parigi la città la arricchisce di nuove conoscenze e inizia ad appuntarsi pensieri, idee e poesie su un piccolo Cahier, che a Febbraio Somara!Edizioni editerà per la prima volta in Italia, col titolo Bloc-notes Parigi 1953, a cura di Donatella Allegro e Marie-Josè Tramuta, che ne è anche la traduttrice.
In questo quaderno c’è tanto di Nella, una Nella che nelle poesie non si trova, o meglio, si trova in modo diverso.
Il cahier è pieno dei suoi schizzi e raffigurazioni di città, persone, emozioni, sentimenti.
Nella va dentro alle parole, è trasparente come il vetro che da bambina forgiava.
1953, Nella ha 26 anni. A Parigi ascolta musica, gira per la città, la osserva e la disegna sul suo Bloc-notes riempiendolo di versi e riflessioni personali.
“Imparare a pensare; formulare il pensiero, costruirlo tradurlo parola per parola come fa il muratore con le pietre per costruire una casa “

Nella sa disegnare e dipingere, ha frequentato anche un corso, capacità che unite all’apprendistato nella ceramica e nel vetro le consentono di inventarsi un nuovo, redditizio lavoro: crea piccoli gioielli con riproduzioni di quadri celebri. Inizia con una bancarella insieme ad alcune amiche e arriva a gestire una sua propria impresa: Nella Nobili Créations.
Per anni Nella passa le sere china a dipingere e vetrificare miniature, senza mai smettere di lavorare e al contempo di cercare la poesia, la sua poesia. Di salvare la poesia affinché questa a sua volta la salvi.
Cerca il vero, perché «solo il vero conta».
Pian piano Nella diventa benestante. Conosce Edith Zha, vent’anni più giovane di lei, che sarà a sua compagna fino alla morte. Ormai conosce bene il francese e nel 1975 esce La jeune fille à l’usine, poi nel 1979 Le femme et l’amour homosexuel, scritto con Edith Zha, un documento che raccoglie interviste a donne lavoratrici e racconta di esperienze vissute e delle metamorfosi dell’amore omosessuale, un tentativo di smantellare un’immagine stereotipata delle lesbiche raccontando le vite, le lotte, le sofferenze, le avventure, i fallimenti e le vittorie nella realizzazione di questa libertà fondamentale insita nella nozione stessa di scelta.
Nel 1980 Nane Stern le pubblica Douze poèmes de deuil. Compra una bella casa a Cachan, nella periferia di Parigi. Tutto sembra andare bene. Ma accadono due cose: nel 1970 muore sua madre e Nella si ammala. Si ammala di lavoro. Le sostanze nocive a cui è stata esposta da ragazzina, lavorando il vetro e i solventi usati per i suoi manufatti a Parigi le danno continue emicranie. Si cura con l’Optalidon, che però la porta alla depressione. Il pensiero della madre, che le sembra di avere abbandonato a Bologna, la perseguita.
Nella le scrive, benché ormai sia defunta, una serie di lettere indirizzandole alla Certosa di Bologna, dove sua madre riposa, che vanno a costituire la sua ultima e meravigliosa raccolta di prose poetiche, edita solo nel 2023 dal titolo Histoire d’amour. Nella si toglie la vita nel 1985 nella casa di Cachan. La sua compagna Edith Zha eredita il suo lavoro e molti anni dopo lo deposita in un archivio della Normandia. È anche grazie a lei che Somara!Edizioni è arrivata a pubblicare Bloc-notes Parigi 1953, perché Nella Nobili sia conosciuta e la sua opera viva ancora. E anche perché un pezzetto di Nella torni a Bologna, vicino a sua madre.

Chi eri tu, adolescente
Che cerco nei sentieri
Inestricabili della mia memoria
Chi eri tu in quegli anni
Così lontani in quel paese
Che era mio in quei quaderni
Un po’ ingialliti e chi è
Questa straniera che sono io?

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