Metrodora e l’esercito delle medichesse dimenticate

Metrodora e l’esercito delle medichesse dimenticate

Non poteva essere che un uomo il Dio della Medicina: era il Dio greco Asclepio. Quando il culto di Asclepio si affermò a Roma col nome di Escolapio, le quattro divinità indigene che prima presiedevano alla salute, Strenua, Cardea, Febris e Salus, furono messe da parte; quest’ultima finì, col tempo, per essere identificata con Igea, figlia di Asclepio. Asclepio era nato dal Dio Apollo e dall’umana Coronide e apprese l’arte medica dal centauro Chirone esperto nella medicina chirurgica, che praticava ricorrendo all’uso delle erbe. Ma qualcuno forse conosce le figlie di Asclepio? Erano sei: Igea, la salute; Panacea, la personificazione della guarigione universale e onnipotente, ottenuta per mezzo delle piante; Iaso, che aveva ereditato dal padre il potere della guarigione; Acheso, che sovrintendeva al processo di guarigione; Egle, madre delle Grazie; Meditrina, la guaritrice.

Le capacità delle figlie erano tutte collegate al concetto di “buona salute”, ma nessuno lo sa. E non erano mica poche! Un esercito di guaritrici possiamo ben dire. Medica e non medichessa si diceva in latino. Quest’ultimo termine, forgiato in età moderna è in sé un termine “anomalo”, che nasce allo scopo di differenziare qualità specifiche nell’esercizio della professione di cura. Differenza sostanziale. Ma pochi sanno che fino al XV secolo inoltrato, in latino e nelle lingue volgari, “medico” si declinava sia al maschile, “medicus”, che al femminile “medica”. Questo fatto è estremamente significativo perché indica come questa professione venisse esercitata indifferentemente da entrambi i sessi. Abbiamo già scritto qualche tempo fa delle medichesse quando abbiamo parlato di Trotula de Ruggiero. Trotula certo costituisce una delle più grandi attrattive non solo nella Storia di questa professione, ma soprattutto nella “Storia delle Donne” (che non dovrebbe discostarsi dalla Storia eppure lo fa … quasi che la loro Storia non fosse “la Storia” , ma una ‘storia loro’, o meglio, nostra).

Fino a qualche tempo fa, ancora ci si chiedeva come fosse potuto accadere che, nel Medioevo, in una città come Salerno, pur se polo d’attrazione europeo per chiunque volesse studiare medicina, si fosse realizzato il singolare “fenomeno” di Trotula e delle altre Mulieres Salernitane: donne che non solo esercitavano la medicina ma che la insegnavano pure. A noi è stato fatto credere che Elizabeth Blackwell (Bristol, 3 febbraio 1821 – Scozia, 31 maggio 1910) sia stata la prima donna della storia moderna a laurearsi in Medicina e ad esercitare questa professione negli Stati Uniti d’America, rivestendo un ruolo pionieristico nello spalancare le porte degli studi medici a tutte le altre donne del mondo. E ancora si pensa che, fino alla metà dell’Ottocento, le uniche attività permesse alle donne all’interno della medicina ufficiale, fossero quella di levatrice e di infermiera. Ma nulla è più lontano dalla realtà. Trotula infatti era “magistra” e “sapiens”.  Quindi, occorre far luce sulla verità. Abbiamo il dovere verso noi stesse, e le altre dopo di noi, di liberare il campo da una serie di pregiudizi che derivano, purtroppo, dai manuali scolastici, e che soltanto la conoscenza e la consapevolezza possono sfatare. La prima figura di medica conosciuta risale infatti al 2700 a.C.: era Merit Ptah, scienziata e fisica egiziana descritta nientemeno che come “Sommo Medico” o “Medico Capo”. È considerata come la più  antica medica.

È stata probabilmente la prima ad affermarsi nel campo della medicina e, più in generale, nel campo delle scienze. Si ritiene che in Egitto – già nel 3000 a.C. – esistessero a Sais (Zau) e ad Eliopoli (in greco Ἡλίου πόλις, Heliopolis) delle scuole di medicina per le donne che volevano specializzarsi nel campo della ginecologia. Gli storici hanno ormai ampiamente dimostrato che la presenza di donne tra i medici fosse un dato di fatto, anche nel mondo greco e nel mondo latino. Eppure nessuno lo dice. Conosciamo solo Ippocrate … e Galeno. Guarda caso è proprio Galeno a scrivere delle “mediche”, trattandole come delle vere e proprie autorità in materia. Le mediche, furono tante, tantissime.

Le donne in Grecia non erano solo màiai, cioè “levatrici” ma iatrìnes o eiatrìnes. Il solo fatto che la lingua greca preveda un femminile del termine iatròs (medico) indica quanto fosse diffusa questa professione. Lo si trova in Marziale, in Apuleio, e nelle innumerevoli epigrafi tombali che descrivono l’esercizio della professione medica da parte delle defunte. Basti dire questo: il primo ospedale, il nosokòmion di Roma, fu fondato proprio da una donna, la nobile Fabiola, onorata dal mondo cristiano, a partire da San Girolamo. Fabiola non si limitava solo a “dirigere” l’ospedale, ma assunse vere e proprie mansioni mediche. Anche gli ospedali bizantini prevedevano, già dal VII secolo, un reparto femminile gestito da una medica stipendiata, oltre alle infermiere che affiancavano i colleghi uomini. Disponiamo – pensate! – perfino di un intero testo del VI secolo interamente scritto da una donna: il Peri tòn giunaikéion pathòn (“Delle malattie delle donne”).

Quando ho letto di lei ero incredula di non averla mai sentita nominare! L’autrice era Metrodora, medica vissuta a Costantinopoli. Tale trattato, resta e rappresenta il più antico testo medico scritto da una donna che sia giunto sino a noi, testo che continuò ad essere usato, citato e tradotto durante tutto il Medio Evo sino addirittura ai giorni nostri!! A dispetto del titolo, non si tratta di un mero trattato di ginecologia, ma di un’opera completa di medicina. I suoi 108 rimedi compendiati in 63 capitoli  “Sulle malattie e cure delle donne” costituiscono un antecedente imprescindibile dei compendi “farmaceutici” successivi. Vi si trovano ricette medicamentose di carattere ginecologico, fino alla cura di malattie degli umori e delle patologie gastriche. In detti capitoli, è dedicato anche molto spazio all’arte della cosmetica, dalla profumeria all’estetica con particolare riguardo al seno. Sono elencate una trentina di ricette, dai farmaci rassodanti alle maschere per il viso alle bevande dal potere afrodisiaco. Metrodora si occupava anche di problemi di stomaco, febbre, malaria, emottisi, traumi e reumatismi; e persino di problemi intimi maschili (per gli uomini proponeva inoltre una pillola per la virilità… che forse non era azzurra!).

Metrodora, che conosce bene i maestri di medicina, sia quelli antichi come Galeno e Andromaco, sia quelli a lei contemporanei come Nichepso l’Egiziano, non era una semplice levatrice, ma una medica a tuttotondo,  che si occupava di tutto il corpo e che sapeva ricorrere anche alla chirurgia. E parliamo del IV secolo d.C.! Era un’avanguardista in piena regola. In un paragrafo del suo libro, sul prolasso dell’utero ad esempio, si serve della siringa per iniettare il pharmakon e consiglia di assumere la posizione che poi è stata definita di Trendelenburg, con i piedi più in alto rispetto alla testa per evitare shock, utilizzata tuttora in medicina.

L’approccio di Metrodora fu ampiamente influenzato dall’opera di Ippocrate: con lui condivideva le teorie riguardanti l’isteria che approfondì notevolmente e insieme definirono al meglio l’infiammazione dell’utero. Prese spunto diretto dal Corpus Ippocratico e non dalle fonti enciclopediche ed antologiche secondarie dei suoi contemporanei. Ha dato un contributo notevole formulando le classificazioni delle perdite vaginali e teorizzando numerosissime eziologie, come la possibilità di infezioni parassitarie rettali causate da tali perdite. Il suo lavoro include anche quella che si pensa sia la prima nota enciclopedia medica con voci ordinate alfabeticamente per facilitare i riferimenti. Sebbene le mediche fossero attive in ginecologia e ostetricia nell’antica Grecia, era raro che praticassero in altre aree della medicina. La chirurgia non era molto praticata nell’antica Grecia e a Roma, e infatti non viene trattata nel suo testo. La troviamo però nei sorprendenti scritti di un’altra medica, Aspasia, che praticò la chirurgia, inclusa la pratica dell’aborto, e fu citata da scrittori di medicina quali Ezio e Sorano. A differenza di Aspasia, che si occupò anche dell’aspetto chirurgico, Metrodora focalizzò la sua attenzione su ciò che a suo avviso rappresentava maggiormente la patologia: l’aspetto eziologico e sintomatologico delle malattie. Anche se non si può certamente negare che il suo trattato abbia un approccio di tipo prevalentemente “empirico”, ancora distante dal metodo scientifico, non non si può non ammirarne l’immenso valore e la forza innovativa. L’autrice stessa dichiara apertamente che alcune ricette sono ricavate “dalla propria esperienza” personale e dalla pratica nel trattamento delle erbe mediche.

Poteva una medica non possedere capacità di herbaria? Cioè non essere custode di tutta quella cultura femminile, proveniente dalle campagne, che la identificava come curatrice attraverso i rimedi della natura? Una di queste fu Cleopatra (I sec. d.C.), ginecologa romana autrice di un Gynecia e un Kosmetikon, cioè di un trattato di ginecologia e uno sulla cosmesi e rimasta per secoli un’autorità in materia. Antichi scritti riportano addirittura che ad insegnare alcuni trattamenti medici a Galeno fu proprio Cleopatra. Nel suo libro parla di una condizione chiamata suppressiones vulvae (soppressione dell’utero), che è il sintomo principale della difficoltà a parlare e che può anche essere identificata con un attacco isterico. Non dimentichiamo che le mediche, come i medici d’altronde, preparavano da sé i farmaci. Il termine pharmakon, aveva diversi significati. Spaziava da rimedio, medicamento e erba medica, a veleno o bevanda magica. Ovviamente è facendo ricorso agli ultimi due significati che furono mandate al rogo e uccise 12.000 streghe (pene capitali documentate), senza contare le morti non documentate che sono circa 60.000. Sono più di 100.000 i processi di cui si ha traccia. E attenzione, perché tutti quei trattati scritti da donne che praticavano la cosmesi, altro non erano che un’anticipazione dell’alchimia: realizzare un profumo infatti era un procedimento chimico a tutti gli effetti, che molto aveva che fare con l’alchimia, quella branca della filosofia della natura che, tra le altre cose, mira a conquistare l’onniscienza e a creare la panacea (toh! guarda il termine!), un rimedio universale che curi tutte le malattie e generi e prolunghi indefinitamente la vita.

Uno storico arabo, Ibn Al-Hakam Ab, parla di una “certa” Cleopatra (omonima della ginecologa di Roma, da non confondere con la Regina d’Egitto) vissuta nel II secolo sotto il cui nome abbiamo un foglio pieno di diagrammi e un Dialogo. A lei viene attribuita un’opera sui pesi e sulle misure e la paternità del famoso papiro intitolato Chrysopoeia, sulla Fabbricazione dell’Oro. Anche Cleopatra VII, la regina, era una donna molto istruita, alchimista, scienziata e inventrice, sebbene la si ricordi più che altro per la sua avvenenza. Secondo Duane W.Roller, scrisse un trattato medico e farmacologico che includeva diversi rimedi per la caduta dei capelli e la forfora. Anche l’eminente egittologo Okasha El-Daly che lavora al Petrie Museum of Egyptian Archaeology di Londra, sostiene che la regina egiziana Cleopatra VII fu una brillante matematica, alchimista e filosofa. Scrisse libri di scienza e teneva settimanalmente incontri di studio con i maggiori eruditi e conoscitori di Scienza dell’epoca. Ma ovviamente noi nella storia ricordiamo come alchimisti solo Paracelso ed Ermete Trimenegisto.

E invece chi ha fatto la storia dell’alchimia (ne parla anche Gustav Jung in Psicologia e Alchimia) era una donna, alla cui scuola aveva appunto studiato Cleopatra: il suo nome era Maria, vissuta ad Alessandria tra il I e III sec. Maria studiava l’azione che i vapori di mercurio, arsenico e zolfo esercitavano sui metalli. Citata persino dal filosofo e alchimista Zosimo di Panopoli, che nei suoi libri la chiama “maestra”, Maria ha fondato ad Alessandria la prima scuola di alchimia. Detta Maria la Giudea o l’Ebrea o la Profetessa, è a lei che si attribuisce l’invenzione di quella tecnica di cottura a doppio bollitore chiamata, proprio in suo onore, Balneum Mariae (“bagnomaria”), nonché la creazione di due tipi di alambicco, il kerotàkis e il trìbikos, guardacaso molto utilizzati in profumeria. Fu, con Ermete Trimenegisto e ben prima di Paracelso, la fondatrice dell’alchimia.

L’avevate mai sentita? Devo aggiungere altro?

Fonti:

Erika Maderna – Medichesse. La vocazione femminile alla cura- Aboca 2012
Intervento dal convegno “La donna longobarda tra storia, mito e leggenda”, in “Luglio Longobardo” – Nocera Umbra, 12/07/2015.
http://www.donnenellascienza.it/protagoniste-di-ieri/maria-l-ebrea/contesto-storico.html
http://www.tutto-scienze.org/2011/05/cleopatra-scienziata-e-alchimista.html

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